“Le vie parallele di Cioran e Leopardi” Intervista a Mario Andrea Rigoni di Antonio Castronuovo

Aforisticamente — l’aforisma nel mondo – letture e scritture aforistiche contemporanee

Gentile prof. Rigoni, la sua avventura intellettuale è traversata da Leopardi e da Cioran. Vorrei che lei ci aiutasse a mettere a confronto l’uno con l’altro: che cosa li unisce e che cosa li separa?

Condividevano l’esperienza capitale della noia, cioè il senso della vacuità universale delle cose, che evidentemente percepivano nella carne, oltre che nel pensiero. Erano scettici, del tutto privi di illusioni, benché ne riconoscessero la necessità per la vita e per la storia. Inoltre pensavano che l’uomo, avendo deviato dal corso della natura fino a costituire una anomalia minacciosa, andasse fatalmente incontro alla propria distruzione. È questa l’origine del loro antistoricismo e del loro antiumanesimo radicale. Una tale visione era però accompagnata, se non redenta, dalla religione della poesia, della forma, dello stile: tutto lo Zibaldone di Pensieri brulica di testimonianze di questa natura, alle quali la critica non ha mai prestato l’attenzione dovuta. Cioran, da parte sua, diceva di  sognare un mondo dove si potrebbe morire per una virgola. Proprio una battuta come questa si presta ad esemplificare la diversità psicologica e storica tra Cioran e Leopardi: vi è nell’uno, interprete ed erede di tutte le decadenze, un genio dell’esagerazione, dell’ibridazione e della teatralità ironica estraneo alla verginità ancora classica e settecentesca della personalità dell’altro. La stessa cosa vale naturalmente già per Baudelaire – non a caso uno degli scrittori più amati da Cioran.

Crede che il sistema di pensiero di Leopardi e di Cioran possa avere effetto pratico sui loro lettori? In altre parole: cosa ci insegnano che sia realmente applicabile alla vita?

Sono entrambi maestri di lucidità – una caratteristica che non giova molto alla vita. Tuttavia la lettura dei loro scritti sortisce un esito paradossalmente corroborante e, talvolta, perfino rasserenante, come è stato più volte notato. Non bisogna inoltre dimenticare gli effetti supremamente benefici che avrebbe la loro lezione di scetticismo, se esso potesse essere praticato su scala sociale, oltre che individuale. Non c’è antidoto migliore di questo contro il fanatismo, principio di ogni violenza.

Leopardi e Cioran sono due pensatori radicali: con poche parole, e nella migliore tradizione dello stile aforistico, essi riescono a trovare subito il nucleo delle cose. L’impressione è che lo Zibaldone o le Operette morali di Leopardi riflettano un pensiero acuminato ma abbastanza meditato, mentre Cioran ferisce e dissangua di colpo e in maniera diretta. È un’impressione corretta?

Se capisco bene, ciò che lei osserva si ricollega alla differenza che corre fra un classico e un grande epigono.

Entrambi parlano nelle loro opere di suicidio, ma entrambi muoiono nel loro letto, per malattia. Ciò nonostante il tema del suicidio è nella loro prosa qualcosa di molto efficace. Crede che una mente pessimista debba necessariamente meditare sul tema del suicidio, al di là del fatto che poi lo metta in pratica o meno?

Ne sono convinto. D’altronde Cioran diceva che proprio l’idea del suicidio gli aveva consentito di non suicidarsi. A lei, che ha scritto un bel libro sul suicidio di alcuni artisti del Novecento, forse interesserà sapere che Cioran diede una volta un’interessante intervista, che non si trova nel volume degli Entretiens pubblicato da Gallimard: essa contiene osservazioni molto importanti su questo tema, dall’antichità fino a Hitler. Anche Leopardi meditò il suicidio da quando aveva vent’anni, facendone anzi un argomento ricorrente di riflessione e di poesia; non risulta tuttavia che lo abbia mai tentato, forse per le stesse ragioni delle quali parla Cioran.

Il lettore italiano conosce l’acuminata prefazione che Cioran procurò alla sua raccolta di saggi Il pensiero di Leopardi. In quelle righe si poteva vedere come Cioran considerasse Leopardi una sorta di compagno di strada, uno di quelli che magari non sono stati letti molto ma che diventano presenti nei momenti essenziali dell’esistenza. Le chiedo: Cioran parla altrove di Leopardi? E quale immagine aveva di lui?

Cioran aveva di Leopardi una conoscenza limitata, credo, ad alcuni Canti, a qualche pensiero dello Zibaldone e poco altro: per questo nei suoi libri le citazioni leopardiane si contano sulle dita di una mano. Un po’ di più ne ha saputo attraverso i miei saggi. In compenso si sentiva un affine di Leopardi nel sentimento e nella concezione della vita e aveva incorniciato il testo dell’Infinito in un quadretto, che teneva appeso su una parete del suo appartamento parigino in rue de l’Odéon.

Lei ha conosciuto Cioran di persona. Può darci un breve ricordo dell’uomo, delle sue amicizie e delle sue abitudini?

Ho fatto un ritratto di Cioran, che è anche il mio personale «esercizio di ammirazione» nei suoi confronti, in uno scritto che uscirà tra poco in un numero speciale dei «Cahiers de l’Herne» dedicato a lui. In questa sede mi limiterò a dire che era nella vita, come nella scrittura, un uomo di una totale indipendenza e di un’intensità contagiosa. Aveva modi semplici, diretti e amabili, spesso anche divertenti, allegri e ironici, che
attenuavano o correggevano la sua qohéletica malinconia. Era, oltre che un grande lettore, un conversatore magnifico, ad onta di una leggera balbuzie. Di solito ci vedevamo tra noi, ma le poche volte in cui ci siamo trovati in circostanze diverse posso testimoniare che la sua presenza risultava seducente non solo per la gente di lettere, ma anche per la gente comune. Naturalmente aveva frequentato o conosciuto un certo numero di scrittori, di alcuni dei quali era stato o era amico: da Paulhan a Saint-John Perse, da Gabriel Marcel a Beckett, da Michaux a Ionesco. So che in una determinata circostanza si era anche adoperato per procurare un incarico a Paul Celan, di cui ricordava la sensibilità scorticata (diceva che «tout le blessait»). Celan era arrivato a Parigi dopo la guerra e aveva incontrato Cioran nel 1952 (l’anno successivo avrebbe pubblicato la sua traduzione in tedesco del Précis de Décomposition). Cioran conosce molto bene anche Henry Corbin, che aveva – mi raccontò una volta – due soli interessi: la mistica islamica, naturalmente, e … i giornali pettegoli. Fu  Cioran che suggerì a Corbin il titolo sotto il quale egli raccolse i suoi saggi da Gallimard: En Islam iranien. Aggiungerò che, soprattutto negli ultimi anni, Cioran riceveva molte visite di letterati nel suo appartamento di rue de l’Odéon: vi approdavano Susan Sontag come Fernando Savater, Pietro Citati come Guido Ceronetti e Roberto Calasso.  In compenso Cioran non prese mai parte alla vita della cosiddetta «società letteraria», alla quale era intimamente estraneo. D’altronde è singolare e significativo che i suoi libri raggiungessero i lettori più insospettabili: gente qualsiasi come sportivi, attori o politici famosi.

Vede un Cioran nel novecento italiano?

No, ma c’è un pensatore avvicinabile a Cioran, anche se lo stile della sua prosa è più espositivo e argomentativo e meno poetico; un filosofo dapprima trascurato dalla cultura ufficiale, sia gentiliana sia crociana, oggi più noto e tuttavia ancora nell’ombra, nonostante alcuni suoi libri siano stati ristampati per merito della casa editrice Adelphi: Giuseppe Rensi. Cioran non ebbe notizia, ma lo avrebbe certamente apprezzato e amato. Rensi è il maggior rappresentante di quel “leopardismo filosofico” di cui bisognerebbe scrivere la storia.

Quali erano i vostri rapporti personali?

Avevamo un rapporto di vera amicizia e di vera intesa, con tutta la libertà e la confidenza che ne conseguivano. Ci vedevamo immancabilmente quando andavo a Parigi (una volta venne anche a trovarmi a Padova) e ci scrivevamo molto spesso. Se gli telefonavo e gli chiedevo “Je vous dérange?”, rispondeva invariabilmente con aria divertita: “Quelle idée!”. Avendo il privilegio di non lavorare, non perché fosse ricco ma perché aveva scelto di vivere “da artista” nonostante le difficoltà economiche – talvolta gravi – che ciò comportava, era sempre libero. È ovvio, inoltre, che non aveva non solo gli obblighi ma neppure la mentalità – penosa – del “lavoratore”. In ogni caso a me ha riservato un affetto e una sollecitudine commoventi. Non potrò mai dimenticare lui e Simone che si affaccendavano attorno alla macchina da scrivere (era Simone che pigiava i tasti) per migliorare la traduzione francese di qualche mio balbettio letterario.

Di che cosa parlavate tra voi?

Di tutto: dei problemi di lingua e di traduzione, naturalmente, e poi della salute, delle conoscenze comuni, di certi libri, dell’unicità storica degli ebrei, ai quali aveva dedicato il saggio più bello che io abbia mai letto in proposito: Un peuple de solitaires, contenuto in La tentation d’exister. Parlavamo della fine dell’Occidente e, già allora, dell’avanzata dell’Islam: Cioran profetizzava che un giorno Notre Dame sarebbe diventata una moschea.

Mai di avvenimenti italiani?

Parlavamo talvolta del terrorismo, che in quegli anni infuriava. Ho ritrovato quello che mi scrisse non appena fu diffusa la notizia del delitto Moro: “A l’instant, j’apprends la nouvelle terrible. Ces messieurs des Brigades, si par impossible s’emparaient de l’ Etat, infligeraient à l’Italie un régime de type cambogien. Toutes ces tragédies à cause de l’Utopie!”.

Che cosa mi può dire delle lettere di Cioran?

Nel corso della sua vita Cioran scrisse moltissime lettere, forse qualche migliaio, dato che io solo ne conservo più di cento: spero che un giorno siano raccolte e pubblicate, almeno le più notevoli. Era d’altronde uno dei generi che amava maggiormente: ne parla in un breve scritto intitolato Mania epistolare.

C’è una lettera, in particolare, che testimoni la vostra affinità su argomenti che consideravate essenziali?

Più d’una. Ricordo che una volta, non so più in quale circostanza, gli confessai la mia disperazione ed egli rispose con un’analisi di sé e di me incentrata sulla maledizione della coscienza. Diceva che gente come noi è fatta per divorare se stessa…

Che cosa le ha dato Cioran sul piano strettamente letterario?

Mi ha fatto percepire una cosa più preziosa di qualunque idea – almeno per uno scrittore o per un letterato: l’importanza del tono. Una volta mi ha detto: «Si vous avez le ton, vous avez tout».

Nelle Variazioni sull’impossibile, da lei pubblicate presso Rizzoli, emergono analogie tra il suo pensiero e quello di Leopardi e Cioran, se non altro nell’opzione pessimista che incardina i suoi aforismi. Ma vi balugina anche qualcosa di «possibile», quando ad esempio lei scrive che «l’esistenza è troppo sinistra e troppo piccante perché dietro non ci sia qualcosa». Le chiedo allora, in conclusione, se il suo pessimismo non abbia un aspetto metafisico: per andare avanti è necessario «credere», nutrire una illusione?

Le parole “pessimismo”, “pessimista”, hanno una tinta psicologica, che implica o incoraggia l’equivoco. D’altronde sono state usate da grandi pensatori, Leopardi incluso. In ogni caso lei tocca un punto profondo, che mi ossessiona da sempre. Il mio “pessimismo” è metafisico in quanto credo possibile, anzi probabile, che dietro il sipario dell’esistenza si nasconda dell’altro: ma sarebbe anche qualcosa di felice e di augurabile per noi? Il mio dubbio è che il nostro universo non rappresenti neppure il peggiore dei mondi possibili: chi può dire se non ve ne siano di ancora più neri e sgomentevoli? La sola consolazione e la sola speranza è che al terrore nel quale viviamo su questa terra si mescola sempre una misteriosa bellezza…

(L’intervista è tratta dal libro “In compagnia di Cioran” edito nel 2004 da Il Notes magico, Padova. Si ringrazia Mario Andrea Rigoni e Antonio Castronuovo per l’autorizzazione concessa alla pubblicazione)

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