E.M. Cioran: la sua ricezione in Italia attraverso la testimonianza delle lettere a Mario Andrea Rigoni

Aforisticamente — l’aforisma nel mondo – letture e scritture aforistiche contemporanee

Posted on gennaio 17, 2011

In un genere emarginato e nascosto come quello aforistico, Emil Cioran, o meglio E.M. Cioran (“ho rinunciato al mio nome di battesimo e al suo posto metto sempre le iniziali E.M. A ognuno le sue manie” scrive in una lettera all’amico e studioso Mario Andrea Rigoni) è forse uno degli scrittori di aforismi e forme brevi più conosciuti e letti (mi esimo dall’aggiungere anche “grande” dal momento che in un’altra sua lettera a Rigoni Cioran scrive “Ho un solo suggerimento da darle: se non è troppo tardi bisognerebbe sopprimere grande nell’espressione ‘il grande scrittore romeno-parigino’. Sono realmente sincero, e non si tratta di modestia calcolata“).

In Italia la casa editrice Adelphi ha pubblicato quasi tutte le opere di Cioran (libri come Al Culmine della disperazione, Sillogismi dell’amarezza o L’inconveniente di essere natihanno anche registrato un ampio successo di vendite), critici e studiosi citano continuamente opere e frammenti e sul web gli aforismi e i frammenti di Cioran rimbalzano, in modo quasi ossessivo, da un sito all’altro.

Non è mia intenzione in questo articolo riprodurre una selezione – l’ennesima – di aforismi cioraniani né scrivere una recensione – l’ennesima – sull’opera di Cioran (“Qui si sono scritti una ventina di articoli sul mio ultimo libro: cosa da disgustarmi per sempre di scrivere” scrive Cioran in una lettera). Vorrei piuttosto parlare di Cioran attraverso un punto di vista particolare: la sua amicizia con Mario Andrea Rigoni, studioso di letteratura italiana (in particolare su Leopardi) e scrittore di aforismi.

Pochi sanno che, proprio grazie a Mario Andrea Rigoni, E.M. Cioran all’inizio degli anni ottanta trova nelle edizioni Adelphi di Roberto Calasso la casa editrice ideale per i propri testi (“Proprio oggi ho scritto due righe a Roberto Calasso, che conoscevo da un po’ di tempo grazie alle Sue lettere. Non dimentico che, se Adelphi ha deciso di pubblicarmi, è soprattutto merito Suo” scrive Cioran a Rigoni). Rigoni si mostra un traduttore tanto congeniale quanto competente (“perchè lei conosce mirabilmente il francese, ogni volta che ricevo una sua traduzione, respiro” gli scrive Cioran da Parigi) e diventa ben presto il responsabile presso Adelphi della pubblicazione delle opere di Cioran scrivendone anche alcune illuminanti prefazioni (pochi l’avranno notato ma all’inizio delle edizioni Adelphi c’è la scritta: “La pubblicazione delle opere di E.M Cioran avviene sotto la direzione di M.A. Rigoni”).

In un bellissimo libro intitolato “E.M. Cioran Mon cher ami, lettere a Mario Andrea Rigoni 1977-1990“, pubblicato da una piccola casa editrice di Padova Il notes magico con una splendida introduzione di Raoul Bruni, viene raccolta un’ampia scelta delle lettere che E.M. Cioran scrive a Mario Andrea Rigoni, nell’arco di tredici anni, tra il 1977 e il 1990. L’epistolario tra uno dei massimi scrittori contemporanei e il giovane studioso e scrittore di aforismi ripercorre la storia di questa amicizia (quando il carteggio prende avvio, Rigoni, allora ventinovenne, aveva pubblicato da poco un ampio e innovativo saggio su Leopardi e l’estetizzazione dell’antico) e soprattutto fa luce sulla storia, tutt’altro che lineare, della ricezione di Cioran in Italia.

In una lettera a Rigoni del 1977 Cioran scriverà: “So di non esistere in Italia. Ma ciò fa parte di un fallimento letterario che accetto, d’altronde sono un autore marginale e tale mi considero“. Come scrive Raoul Bruni nell’introduzione all’epistolario, “Se in generale sul rapporto di Cioran con gli editori sembra incombere una ‘sorta di grottesca sfortuna’ al punto che egli potrebbe scrivere un libro intero sulle sue noie con loro (“pensi che in America e in Germania mi hanno pubblicato presso case editrici specializzate in libri scolastici. E’ pura follia” scrive Cioran a Rigoni) in Italia tale sfortuna editoriale assume caratteri particolari”. I primi due libri di Cioran (Le mauvais démiurge e Histoire et Utopie) furono avventuruosamente tradotti e stampati agli inizi degli anni sessanta dalle Edizioni del Borghese, notoriamente di destra (dalle lettere a Rigoni risulta che Cioran non nutriva simpatia per questo editore da cui in seguito si allontanerà). In seguito si farà avanti, con la proposta di tradurne i libri una casa milanese esordiente, Multhipla, vicina all’estrema sinistra. Dopo un primo momento di esitazione, Cioran rifiuterà l’offerta di Multhipla (“Multhipla rischia di sparire tra qualche mese, come accade spesso alle imprese di questo genere. Uno scrittore sconosciuto in una casa editrice sconosciuta assomiglia troppo alle mie peripezie, al mio passato” scrive Cioran). Se tale decisione era dovuta alla legittima diffidenza di Cioran per le case editrici piccole, Multhipla (come del resto Edizioni del Borghese) non poteva rappresentare l’editore auspicato anche per altre ragioni. “Le consiglio di tener conto dell’orientamento della rivista, e di conseguenza di escludere dalla scelta che sta per fare tutto ciò che da vicino o da lontano tocca la politica, le ideologie e le insensatezze di questo tipo” scriverà Cioran in una sua lettera a Rigoni.

Fu grazie a Rigoni che in Italia Cioran uscirà dall’isolamento editoriale. Il primo scritto di Rigoni su Cioran risale al 1980, allorché pubblica su Nuovi Argomenti una Piccola antologia cioraniana, cui antepone una breve premessa intitolata Il funambolo dell’intollerabile che Cioran mostrò di apprezzare (“Che trovata! Le formule ben coniate sono possibili soltanto nelle lingue latine” scriverà a Rigoni). In ambito italiano questa antologia precede di un anno l’uscita presso Adelphi dei primi libri di Cioran tradotti da Rigoni: Ecartelèment (Squartamento, 1981 con un saggio introduttivo di Guido Ceronetti) et Historie et Utopie (Storia e Utopia, 1982). Poi uscirono le altre opere sotto la direzione di Rigoni, che cordinò anche le traduzioni (tra tutti quella di Luigia Zilli, traduttrice diL’inconveniente di essere nati, “probabilmente il libro che mi esprime meglio” come scrive Cioran).

L’epistolario “Mon cher Ami” è interessante per ciò che rivela sulla persona di Cioran (il suo presunto nichilismo è temperato dal senso dell’ironia, da una grande comprensione per le debolezze umane e, soprattutto, dall’affetto per il giovane Mario Andrea Rigoni. Sorprende leggere, per esempio, da parte di un Cioran che ha ha scritto un libro su “L’inconveniente di essere nati“, i calorosi auguri rivolti a Rigoni in occasione della nascita del figlio).

Come scrivevo sopra – una parte consistente delle lettere indirizzate da Cioran a Rigoni verte su discussioni inerenti alla pubblicazione e al rapporto con gli editori. Rigoni e Cioran discutono spesso anche di questioni relative alla traduzione dei libri di ambedue. Cioran sostiene a più riprese di non conoscere davvero l’italiano, ma di riuscire solo a “indovinarlo”, grazie alla conoscenza del romeno (e ovviamente del francese e dello spagnolo), ma al lettore è permesso dubitarne, visto che successivamente aiuterà il traduttore francese ad aggiustare alcuni dettagli nella versione francese dei saggi di Rigoni.

Per un appassionato dell’aforisma come me, Mon Cher ami è anche ricco di spunti e riflessioni sul genere aforistico. Scorrendo l’epistolario mi sono imbattuto in veri e propri aforismi o frammenti della stessa natura di quelli che si leggono nelle opere di Cioran. In particolare c’è un aforisma sull’aforisma (chi conosce il mio blog sa che sono un vero e proprio collezionista), scritto da Cioran in una delle primissime lettere (8, settembre, 1977) che è esemplare per la sua lucidità: “Il genere dell’aforisma comporta delle difficoltà, poiché la parola ha maggiore importanza che in una poesia o in un contratto. In realtà è tutto.E’ questa la punizione di chi coltiva una forma di espressione in apparenza così poco seria“. Come scrive bene Raoul Bruni, Cioran è uno degli ultimi continuatori della grande tradizione epistolografica europea, una tradizione che passa attraverso Madame Du Deffand, Flaubert, Kafka e Rilke, e vede tra i suoi massimi rappresentanti italiani, guarda caso, Leopardi.

In un modo letterario così pieno di rumore e di ridondanze, dove Cioran viene citato a sproposito per qualunque cosa, questo epistolario tra Cioran e Rigoni, mi sembra un ottimo punto di osservazione – discreto e nascosto ma anche così lucidamente obiettivo – per conoscere Cioran al di là dei tanti luoghi comuni che ne circondano la fama.

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