Intervista con Amelia Natalia Bulboacă: la ricezione italiana di Cioran tra due lingue [Ita]

Amelia Natalia Bulboacă è nata nella città di Brăila, in Romania. Ha conseguito una laurea in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano, la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è collaboratrice della rivista bilingue Orizzonti culturali italo-romeni. Attualmente sta concludendo un’altra specializzazione in Filosofia della religione e si sta occupando della traduzione, dal romeno all’italiano, di testi di e su Cioran. Ha già tradotto in italiano il libro di Marta Petreu, Il passato scabroso di Cioran. 

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E.M.Cioran/Br: Prima di tutto voglio ringraziarti per questa intervista, Amelia. Come Cioran, conosci l’esperienza del bilinguismo, sei nata come lui in Romania e, come lui, hai messo su radici in un altro paese, in questo caso, l’Italia. Ci puoi raccontare il tuo percorso intellettuale, e in che circostanze hai scoperto il lavoro di Cioran? Conoscevi già Cioran quando eri Romania? Secondo te, quali sono i vantaggi e gli svantaggi di scrivere in una lingua straniera?

A.N.B.: Anch’io ti ringrazio, Rodrigo, per questa intervista e per la sconfinata passione che caratterizza il tuo studio e il tuo continuo impegno per la diffusione dell’opera di Cioran.
È vero, a Cioran sono legata da tanti fili visibili e invisibili. Devo dire che hai toccato un nervo scoperto chiedendomi della situazione dello sradicato, dell’apolide. Pur avendo la doppia cittadinanza italo-romena (perché a differenza di Cioran che non fece mai richiesta di avere la cittadinanza francese, io e la mia famiglia l’abbiamo fatta), mi sono sempre sentita una persona senza alcuna appartenenza.  D’altronde, viviamo in un’epoca liquida dove le appartenenze e le identità non sono più così chiare come lo erano una volta, tuttavia, devo ammettere che la mia “carriera” come s-paesata ha tutti i connotati di una feroce radicalità – all’inizio forse inconsapevole, poi accettata e assunta volontariamente come un fardello che però, nello stesso tempo, alleggerisce.
Sono nata in Romania, a Brăila, una città con una storia antica, crocevia di molte culture, vero uscio d’incontro tra Oriente e Occidente. Dal mio balcone potevo vedere le acque del Danubio. Purtroppo, mi sono sempre sentita ingabbiata in quella realtà, anche se oggi non so cosa darei per aprire la finestra e poter scorgere il fiume o il mare. Con Cioran mi sono incontrata al liceo, grazie al mio professore di lingua romena, Viorel Mortu, un intellettuale molto raffinato che citava spesso quel filosofo così eclettico e così … contemporaneo: questo fu per me il primo impatto con l’autore, dato che noi, studenti, eravamo abituati a sentire nominare solo i classici. I frammenti citati fecero subito breccia nella mia mente e cominciarono a scavare pazientemente, finché i tempi furono maturi affinché risalissero in superficie per dare voce alla loro incubazione meticolosa e laboriosa. Quando questo accadde, io ero già in Italia.
Mi ricordo di aver amato subito Cioran perché non faceva mistero di quell’imperativo di andare via dalla Romania e di non ritornare mai più. Quello era anche il mio desiderio che poi si avverrò per una serie di circostanze che volendo, possono essere chiamate anche destino. Quando arrivai in Italia con la mia famiglia, all’età di 19 anni, m’iscrissi subito alla Facoltà di Scienze Politiche scegliendo una specializzazione in Relazioni Internazionali – il sogno di mia nonna era che un giorno sarei arrivata al Parlamento Europeo, e a me non sarebbe ovviamente dispiaciuto. In seguito, mentre mi confrontavo con la dura realtà del mio nuovo status di “extra-comunitaria”, l’utopia svanì come fumo al vento ed io cominciai a perdere la fiducia nell’efficacia delle istituzioni e in generale della politica. Quella fu per me la prima svolta fondamentale, il punto di non ritorno, l’esperienza iniziatica dell’alterità, che mi sono trovata a dover subire, prima ancora di poterla assumere consapevolmente. Come conseguenza naturale del mio incalzante disincanto, mi orientai verso gli studi di antropologia culturale per approdare infine a quelli di filosofia. Quando sono arrivata in Italia conoscevo già l’italiano semplicemente perché da piccola l’avevo imparato seguendo i canali della tivù italiana che potevano essere visionati anche in Romania. Un giorno, un vicino di casa che girava il mondo in veste di partecipante a tutte le maratone possibili e immaginabili, mi portò un dono dal suo viaggio in Italia: un libro, Il fu Mattia Pascal che lessi senza conoscere ancora l’italiano. Mi disse anche che in Italia c’era un città che si chiamava come me: Amelia (cosa che mi sembrò alquanto straordinaria). Come dicevo, l’italiano non l’ho mai studiato, però a un mese dal mio arrivo in Italia stavo già passando il primo esame universitario (scritto) con il massimo dei voti. Ho sempre nutrito una grande passione per le lingue, tant’è vero che successivamente ho imparato anche l’arabo, ma solo l’italiano è diventato la mia seconda lingua. L’italiano ha colonizzato la mia lingua materna fino a soppiantarla (quasi) definitivamente – per lo meno nello scritto. Mi chiedi dei vantaggi e degli svantaggi di scrivere in una lingua straniera. Penso che uno dei maggiori vantaggi sia l’acquisizione di un’ipersensibilità nei confronti delle parole, dei loro significati ed etimologie. Soprattutto se si ha a che fare con una lingua così intimamente imparentata a quella materna, come l’italiano o il francese che sono lingue romanze accanto al romeno, al portoghese o allo spagnolo. Il rovescio della medaglia è che si corre il rischio di esagerare, diventando maniaci dello stile, spendendo magari giorni su una frase o persino su una parola, ritornando mille volte al testo e non essere mai contenti del risultato ottenuto – Cioran riscrisse il Sommario di decomposizione almeno due o tre volte.

E.M.Cioran/Br: Cioran non ha mai cessato di rimarcare la differenza tra il rumeno e il francese, sottolineando le sue difficoltà di fronte al francese, che ha adottato in modo permanente, dopo l’abbandono della lingua madre. Credi che questa differenza sia così grande anche nel caso della relazione tra il rumeno e l’italiano? Ci sono delle affinità significative tra le due lingue?

A.N.B.: Credo che la differenza tra l’italiano e il romeno sia meno spiccata di quella tra il francese e il romeno. La mia personale esperienza – ma non solo la mia – è che l’italiano si possa imparare molto facilmente, senza neanche l’ausilio di libri di grammatica (certo, sarebbe meglio usarli, ma a mio avviso, ciò non è indispensabile). L’italiano e il romeno sono lingue gemelle, anche se questa costatazione magari non è così ovvia da parte di un italiano poiché il romeno ha subìto anche contaminazioni e prestiti dal turco e dalle lingue slave. Ancora oggi sono stupita nel sentire parole dei dialetti del Sud Italia che sono assolutamente identiche ai termini romeni. Un altro vantaggio dell’italiano rispetto al francese è, a mio avviso, la sua facile pronuncia. Cioran conservò per tutta la vita quel suo tipico accento valacco, forse in italiano sarebbe stato meno pronunciato. Forse.

E.M.Cioran/Br: Cioran si è recato più volte in Italia. Secondo te, che cosa lo attirava nel paese dove vivi – oltre a Leopardi, da lui ammirato enormemente (al punto di appendere, secondo Renzo Rubinelli, la sua poesia L’Infinito sulla parete della sua mansarda)?

A.N.B.: Cioran aveva un vero e proprio culto per Leopardi e possiamo certamente prestare fede alla testimonianza di Renzo poiché lui ebbe l’immensa fortuna e il privilegio di visitarlo in rue de l’Odéon.
Cioran sarebbe dovuto andare in Italia con la tanto agognata borsa di studio per l’estero. La sua prima scelta cadde, infatti, dapprima, sull’Italia. Nell’aprile del 1937, scriveva queste testuali parole a Mircea Eliade: «Sii buono, mandami in Italia». Cioran voleva ottenere una borsa di studio presso la Casa romena di Roma, l’attuale Accademia di Romania – che fu fondata nella capitale italiana negli anni Venti, grazie all’iniziativa congiunta dello storico Nicolae Iorga e dell’archeologo Vasile Pârvan. All’amico Mircea Eliade aveva anche confidato la sua intenzione di scrivere un libro sull’Italia. Evidentemente, a quell’epoca Cioran voleva in qualche modo autosuggestionarsi – che mi sia passato il termine – nei confronti dell’universo italiano poiché il suo unico obiettivo in quegli anni (parlo chiaramente in termini di scelte per l’avvenire) era di andare via dalla Romania, dove si sentiva completamente inutile e senza futuro. Come sappiamo, alla fine riuscì a ottenere una borsa erogata dall’Istituto Francese di Bucarest che lo avrebbe portato a Parigi alla fine del 1937. Il fatto che Cioran sia diventato ciò che è poi diventato – uno dei più grandi stilisti della lingua francese – è dovuto dunque a un semplice caso. Non sappiamo quale sarebbe stata la sua traiettoria destinale se invece di approdare a Parigi, avesse avuto la chance di recarsi a Roma. Non si deve però dimenticare che un ruolo imponderabile in questa equazione fu giocato dalla sua compagna di vita, la francese Simone Boué. Sono molti a ritenere che senza questa donna provvidenziale al suo fianco, Cioran avrebbe rischiato di fallire completamente. Ad ogni modo, per ritornare alla tua domanda, come tutti i romeni, Cioran sentiva una naturale e spontanea familiarità nei confronti dell’Italia, tanto da considerare gli italiani semplicemente dei romeni con una storia.

E.M.Cioran/Br: Hai recentemente pubblicato un articolo su Cioran (in Cioran, archives paradoxales, tome II, Éditions Garnier) dal titolo « Cioran et l’anthropologie apocalyptique ». Puoi spiegare brevemente cosa intendi con questo genere di antropologia? Cioran ha scritto: «L’uomo secerne disastro»; c’è qualche connessione tra questa antropologia, come tu la intendi, e questo aforisma?

A.N.B.: Certamente. Con queste quattro parole si può dire tutto sull’antropologia negativa o apocalittica, come l’ho chiamata io. Siccome non ci accontentiamo delle essenze e abbiamo il vizio d’inebriarci con fiumi di parole, libri e articoli, si possono fare anche tante variazioni sul tema. Ho scritto dunque l’articolo in questione perché, studiando l’opera romena di Cioran (quella meno conosciuta, per lo meno fuori dalla Romania, ma che considero di primaria importanza), si scopre che Cioran era molto attratto dall’antropologia e dalla psicologia, quei saperi cioè che si propongono di studiare l’uomo vivo, in carne ed ossa. Cioran ha convissuto con questa sua ossessione per tutta la vita: «la varietà delle forme di esistenza per me è stata sempre occasione di incanti e di tristezze», scriveva già ne Al culmine della disperazione. Certo, non si è spinto fino a farla diventare una professione, vestendo magari i panni dell’antropologo misantropo, anche perché Cioran non era fatto per avere una professione, dunque quella strada gli era necessariamente preclusa. Tuttavia, bisogna ammettere che Cioran è stato un antropologo sui generis e anche se presumo che non lo abbia mai saputo, ha tanti punti in comune con Claude Lévi-Strauss, sia sul versante della speculazione metafisica sia su quello biografico. I due, per esempio, si laureano in filosofia nello stesso anno (il 1931). Entrambi maturano la stessa convinzione intellettuale che li allontanerà radicalmente dagli automatismi asfissianti e anchilosanti dell’accademia (Cioran diventerà il Privatdenker della mansarda parigina mentre Lévi-Strauss andrà alla ricerca della sua verità nel cuore della Foresta Amazzonica). Cioran era venuto in Francia con una borsa di studio per scrivere una tesi di dottorato alla Sorbona (dove Lévi-Strauss conseguirà invece il suo di dottorato nel’48) ma sappiamo che “sprecò” tutto quel tempo senza neanche varcare la soglia dell’università o allacciare dei contatti con i professori per il coordinamento della tesi. In sella alla sua bicicletta, Cioran percorrerà un vasto territorio e conoscerà la Francia profonda. Senza averlo programmato, finirà col comportarsi come un etnografo in bicicletta della campagna francese alla quale, nello stesso periodo, Lévi-Strauss pensava con ineffabile malinconia dal cuore della Foresta Amazzonica (basta leggere le sue straordinarie memorie pubblicate sotto il titolo Tristi Tropici per rendersi conto di questa interessante coincidenza).
Infine, per non dilungarmi troppo, l’antropologia apocalittica di Cioran (che è perfettamente riconoscibile nell’entropologia di Lévi-Strauss) risiede nel fatto che nelle sue opere, l’immagine dell’uomo è catturata come in un’istantanea della caduta libera e senza fondo nell’Irreparabile. L’uomo è una creatura che «secerne disastro» perché, riallacciandoci al tema dell’antropologia negativa, pensa di poter creare in continuazione nuovi contenuti culturali (per non parlare dell’utopia del progresso che mai come ai nostri giorni si sta rivelando il suo esatto contrario per la quantità di guerre, terrorismi, ingiustizie alle quali stiamo assistendo). Siccome ho menzionato Lévi-Strauss, penso che queste sue significative righe possano spiegare molto bene il noto aforisma cioraniano che abbiamo ricordato sopra: «Da quando ha cominciato a respirare e a nutrirsi fino alla invenzione delle macchine atomiche e termonucleari, passando per la scoperta del fuoco – e salvo quando si riproduce – l’uomo non ha fatto altro che dissociare allegramente miliardi di strutture per ridurle a uno stato in cui non sono più suscettibili di integrazione». Da quando ha cominciato a respirare l’uomo secerne disastro!

E.M.Cioran/Br: La lucidità, così com’è concepita da Cioran, è compatibile con la vita?

A.N.B.: La lucidità di Cioran non lascia scappatoie. Penso che Cioran abbia detto tutto ciò che si poteva dire sull’essenziale, espurgando con precisione chirurgica anche il più minuscolo coagulo d’illusioni. A prima vista, la sua potrebbe sembrare una lucidità micidiale, intollerabile, assolutamente incompatibile con la vita che è fatta soprattutto d’illusioni. Direi che in fondo è una questione di gusti, di scelte e di carattere. C’è chi preferisce vivere nell’illusione (tanti innamorati si comportano in questo modo), ma ci sono anche delle persone po’ più “radicali” che non ammetterebbero mai una bella bugia al posto di una verità brutta e dolorosa. Se si fa parte di quest’ultima categoria, la lucidità di Cioran non solo è compatibile con la vita, ma diventa indispensabile. Per Cioran, la lucidità significava avere «la passione dell’insolubile», che può portare l’uomo a degli eccessi inimmaginabili (uno di questi è, a mio avviso, la scrittura). Ad ogni modo, per chi vive su queste vette vertiginose, vivere o morire diventa del tutto irrilevante, come dice sempre Cioran. Anzi, spesso, vivere con questa lucidità travolgente significa avere un plus di vita perché si è più consapevoli e più preparati dinanzi alle inevitabili delusioni della vita. Significa essere dei sopravvissuti! Nell’intervista rilasciata a Sylvie Jaudeau dirà:

«La lucidità, grazie al vuoto che lascia intravvedere, si converte in conoscenza. E allora è mistica senza Assoluto. La lucidità estrema è l’ultimo gradino della coscienza; dà la sensazione di aver esaurito l’universo, di essergli sopravvissuti. Coloro che non hanno avuto l’intuizione di questa tappa ignorano una varietà eccelsa della delusione, e quindi della conoscenza. Gli entusiasti cominciano a diventare interessanti quando sono costretti a misurarsi con il fallimento e quando il disincanto li rende umani. Chi riesce in tutto è necessariamente superficiale».

E.M.Cioran/Br: Quali sono gli autori italiani con i quali l’opera di Cioran può stabilire un dialogo in termini di pensiero e di stile?

A.N.B.: Gli autori italiani che mi sento di avvicinare a Cioran (per non menzionare, ovviamente, l’immenso Leopardi) sono Carlo Michelstaedter e Giuseppe Rensi. Cioran aveva 23 anni quando scrisse Al culmine della disperazione, Michelstaedter a 23 anni si suicidò, il giorno dopo aver concluso la stesura della sua tesi di laurea, La persuasione e la retorica (correva l’anno 1910, nel 1911 nasceva Cioran).  Michelstaedter portò a compimento quel suicidio attorno al quale Cioran si aggirerà per tutto il resto dei suoi giorni. I due condividono le stesse persuasioni: la disperazione associata al patire il bisogno di vivere, l’inconveniente di essere nati, le false certezze della mediocrità sulle quali si regge la retorica nauseabonda della società umana e dei suoi esponenti internamente fradici di mali, la convinzione che le parole debbano sanguinare e provocare delle ferite profonde, la critica spietata della modernità e del progresso illusorio.
Giuseppe Rensi è un filosofo italiano molto interessante, uno scettico radicale mal digerito dall’universo blindato dell’establishment culturale, un filosofo marginale e di nicchia, dalla personalità irrequieta e tormentata. Con Cioran ha in comune il pessimismo esistenziale e il nichilismo mistico (è autore di libri che Cioran avrebbe certamente apprezzato come: La filosofia dell’assurdo, Apologia dell’ateismo, La morale come pazzia, per citarne solo pochi). È stato anche autore di aforismi dal «radicalismo feroce con la più bestiale vena pessimistica», come avrebbe detto il Nostro.

E.M.Cioran/Br: Cioran, un filosofo? Uno scrittore? Entrambe e le alternative insieme?

A.N.B.: Non fatico a considerare Cioran un filosofo. Anzi, la sua è l’unica forma di filosofia ancora possibile in un mondo, dove l’impostura dell’idealismo sistematico (e di tutti gli –ismi) è stata ampiamente demistificata. Cioran è il filosofo del disimpegno, è un esteta e un virtuoso del vago ma, nello stesso tempo, le sue opere emanano una tale forza e solidità granitica, proprio perché sono ancorate a quel solido nulla di leopardiana memoria che in fondo, è l’unica realtà alla quale ci possiamo aggrappare. E non si tratta di un paradosso gratuito. Se paragonata a certe filosofie le quali, tra le mura chiuse dell’accademia, proliferano come altrettante colture di batteri anaerobi, in assenza dell’ossigeno della realtà, la filosofia vissuta di Cioran ha tutta la potenza di un sano e corroborante tonico.

E.M.Cioran/Br: Cioran in una parola?

A.N.B.: Userò una parola abusata: catartico.

E.M.Cioran/Br: C’è un libro che preferisci dell’opera di Cioran? Alcuni aforismi che hai particolarmente a cuore o che ti vengono in mente in questo istante?

A.N.B.: Qui c’è veramente l’imbarazzo della scelta e temo che non sarò in grado di darti una risposta. Non riesco a scegliere un unico libro. Ammetto che mi stanno molto a cuore i libri del periodo giovanile, scritti in lingua romena. Questi testi sprigionano uno straordinario lirismo demiurgico che deriva da una cifra stilistica arcaicizzante d’ineffabile bellezza: il miglior connubio tra poesia e filosofia. Per gustarli appieno bisogna però leggerli in romeno, la traduzione in questo caso tradisce molto l’originale.
Un aforisma che mi viene in mente praticamente tutti i giorni al risveglio è questo: «Essere è essere incastrati». Siamo tutti incastrati: illusi e disillusi, innamorati e disinnamorati, credenti e miscredenti. È incastrato chi coltiva ancora dei sogni, degli ideali o anche dei semplici desideri ma si accorge di non avere (più) la forza di poterli realizzare e di battersi contro forze che sono molto più grandi di lui; è incastrato chi non ha più desideri perché, in fondo, il suo unico, inconfessabile desiderio è di tornare a desiderare e a sperare. Chi commette il suicidio crede forse di poter eludere la trappola ma, in realtà, non fa altro che prendere la stessa uscita che toccherà a tutti noi. C’è un’unica uscita obbligatoria e la sola realizzazione del suicida sarà quella di aver saltato la fila. Non dimentichiamoci mai che: «Soltanto gli ottimisti si suicidano, gli ottimisti che non possono più esserlo. Gli altri, non avendo alcuna ragione per vivere, perché dovrebbero averne una per morire?».

E.M.Cioran/Br: Per concludere, perché leggere Cioran?

A.N.B.: Riagganciandomi agli aforismi che ho citato sopra, direi che leggere Cioran serve semplicemente ad andare avanti in un mondo che sta andando invece alla deriva. E serve anche a farsi una sana e sonora risata su tutto.

E.M.Cioran/Br: Amelia, ti ringrazio ancora una volta per questa intervista.

A.N.B.: Sono io che ringrazio te, Rodrigo.

Novara (It) – São Paulo (Bra), julho de 2016

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