“La rivoluzione di Emil Cioran: un antifilosofo nella città dei filosofi” (di Amelia Natalia Bulboacă)

Rivista del Centro Culturale Mir, Novara, Italia, anno IX, no. 17, settembre 2017

Emil Cioran (Răşinari, 1911 – Paris, 1995), «il più grande scettico al servizio di un mondo in declino» è nato a Răşinari, idilliaco paesino transilvano adagiato alle falde dei Carpazi, ed è morto a Parigi, dove ha vissuto ininterrottamente a partire dal 1937. Refrattario alla filosofia accademica, i suoi libri sono altrettanto atti di resistenza contro l’evidenza dell’assurdità della vita. Cioran dichiara di scrivere per «tracollo» e non per «necessità»… «Ma in ogni caso, non certo per scrivere un libro. Il libro capita, è frutto del caso».

Emil Cioran è spesso ricordato come un filosofo antiaccademico e antisistematico. Basta scorrere i titoli dei suoi libri, per capire il perché: Sommario di decomposizione, Sillogismi dell’amarezza, La tentazione di esistere, La caduta nel tempo, L’inconveniente di essere nati, Confessioni e anatemi, Lacrime e santi… Potrà sembrare un paradosso ma, benché apprezzato come uno dei più grandi stilisti della lingua francese di tutti i tempi, Cioran è un rivoluzionario e un apolide del logos. Di madrelingua romena (scriverà il suo primo libro francese, Précis de décomposition [Sommario di decomposizione], insignito del Premio Rivarol, nel 1949, all’età di 38 anni, dopo aver pubblicato altri cinque libri in Romania), non farà più ritorno alla terra e all’idioma materni, diventando per tutti semplicemente Cioran. Cioran, l’apocalittico e affabile inquilino della mansarda di Rue de l’Odéon 21, romperà dunque con il proprio paese e con la propria lingua (Tradire la propria lingua è il titolo di un’intervista rilasciata al giornalista greco Philippe D. Dracodaïdis nel 1985 che tratta proprio questo tema della fedeltà-infedeltà verso le proprie radici, non solo linguistiche) ma questo atto di rivoluzione, di scissione e di “tradimento” avrà come risultato e come compimento la nascita di una prosa lirica tra le più belle e folgoranti che siano mai state scritte. Cioran può certamente sconcertare il lettore non avvisato, presentandosi come un miscuglio di paradossi e di stravaganze difficilmente districabili ma sarà lui stesso che, con irresistibile fascino e ironia, ci guiderà nei retroscena intellettuali e biografici della sua personale rivoluzione linguistica, filosofica e, ciò che conta di più, esistenziale, di vita vissuta perennemente al culmine della disperazione (per parafrasare il titolo del suo primo libro romeno) e, proprio per questo, amata con il pathos della dissipazione. Ebbene, a proposito del suo libro di debutto, scritto a 21-22 anni, Cioran dichiarerà: «Non voglio rinnegare quel libro perché contiene tutto quanto ho scritto in seguito. (…) Voglio dire che non ho fatto alcun progresso riguardo al pensiero, alla vita, all’azione, perché quell’intuizione, per così dire primordiale, si è rivelata per me pressoché esatta. In seguito, non ho fatto che giocare d’astuzia. Passando al francese, in ogni caso, ho dato una sorta di dignità all’espressione, evolvendo quindi sul piano dello stile, ma non su quello del pensiero».

Abbiamo detto che Cioran è un apolide del logos. Il suo relazionarsi con la parola, e soprattutto con il concetto è avverso a qualsiasi presunzione di presa intellettualistica e metafisica sul reale mentre sul piano stilistico, il nostro Privatdenker (pensatore privato, colui che pensa per conto proprio) rompe i quadri del saggio filosofico propriamente detto, dando veste aforistica alle sue terribili e formidabili intuizioni. Come ha notato anche Salvatore Massimo Fazio, «in Cioran la riflessione filosofica non si costituisce come codificazione sistematica e proposta teorica nel senso classico o accademico, quanto piuttosto come vagabondaggio rapsodico, aforistico, come esercizio di stile, come lirismo infine». Certamente questo è l’approdo di una travagliata ricerca personale che era iniziata in gioventù con una vera e propria infatuazione e venerazione per la filosofia e per i titani del concetto come Kant, Schopenhauer, Heidegger ecc., mentre l’unico “mestiere” propriamente detto esercitato da Cioran vita natural durante fu la brevissima esperienza (di appena un anno) come insegnante di filosofia, in un liceo di Braşov, in Romania. Massimo Carloni ricorda che: «L’idillio tra Cioran e la filosofia avrà comunque vita breve. L’incanto sarà spezzato brutalmente dall’irruzione di una bestia nera poco propensa a riconoscere l’autorità del sillogismo: l’insonnia. Proprio nel momento di maggior bisogno, quando la sofferenza gli soffocava l’anima, Cioran chiese disperatamente soccorso alla tanto amata filosofia. Quella stessa architettura di concetti a cui prima aveva tributato una devozione quasi religiosa, gli voltò sdegnosamente le spalle. Ora finalmente gli appariva per quello che era: fredda, indifferente, esangue, senza vita e, soprattutto, incapace di alleviare le sue pene: “E fu allora che feci appello alla filosofia: ma non vi è idea che consoli nell’oscurità, nessun sistema resiste alle veglie. Le analisi dell’insonnia sfondano le certezze”».

Il calvario di quell’aperitivo dell’inferno che è l’insonnia sarà per Cioran il limen, il margine, la soglia che, come in un rituale di passaggio, dovrà attraversare per emergere dalla zona confortevole delle illusorie certezze dell’infanzia (dunque della fede nella filosofia) alla piena maturità e presa di coscienza della realtà ─ teofania negativa portatrice della cattiva novella dell’inguaribile male di vivere e della presenza inespugnabile del dolore, nonché indicibile «teratologia della solitudine». «Mi sono allontanato dalla filosofia nel momento in cui mi diventò impossibile scoprire in Kant alcuna debolezza umana, alcun autentico segno di tristezza; in Kant come in tutti i filosofi. In confronto alla musica, alla mistica e alla poesia, l’attività filosofica evidenzia una mancanza di vigore e una profondità sospette, adatte per i timidi e i tiepidi. D’altronde, la filosofia ─ inquietudine impersonale, rifugio presso idee anemiche ─ è la risorsa di tutti coloro che schivano l’esuberanza corruttrice della vita», scriverà nel Sommario di decomposizione.

Deluso dalla fallacia del concetto, Cioran inscenerà un simbolico addio alla filosofia e al commercio con le sue vane parole con le quali l’uomo ha da sempre costruito magnifici palazzi destinati però a crollare miseramente al primo contatto e alla prima contaminazione con il solido nulla (di leopardiana memoria) della realtà. «Il mondo dei pensieri, in confronto a quello dei sospiri, non è che illusione. Nessun filosofo può consolarci poiché non possiede abbastanza destino per comprenderci. E tuttavia gli uomini cercano la loro compagnia perché s’immaginano, per un’illusione sospetta, di poter essere consolati dalla conoscenza. Sapere e consolazione non si incontrano mai. A coloro  che hanno bisogno di consolazione, i filosofi non hanno niente da proporre. In una parola: ogni filosofia è un’attesa delusa», decreterà in uno dei libri romeni, Cartea amăgirilor, [Il libro delle lusinghe].

Scriveva Hugo von Hofmannstahl: «Più geniale e bello di ogni critica del linguaggio sarebbe un tentativo di svincolarsi dalla lingua magicamente, così come accade nell’amore» e ancora: «Vero amore per la lingua non è possibile senza ripudio della lingua». Cioran è riuscito a compiere entrambi questi atti di ripudio e di liberazione personale: dalla tirannia del concetto (la filosofia) e dalle maglie troppo strette di un unico idioma (quello delle radici romene detestate e amate nello stesso tempo con sconfinata passione) lasciandoci in eredità i capolavori della sua corroborante disperazione vergati in romeno e in francese. E se, per ovvie ragioni linguistiche (e di ritardo nelle traduzioni), l’opera romena di Cioran è meno conosciuta di quella francese, senza ombra di dubbio il “Cioran francese” deve tutto al “Cioran romeno” e al nulla valacco nel quale si forgia quella sua peculiare «aura gnostico-nichilistica» (Franco Volpi). Lo stesso nichilismo di Cioran è alquanto ribelle e difficilmente inquadrabile come spiega in maniera approfondita Rodrigo Menezes: «Cioran darà al nichilismo un’inflessione anti-nietzschiana negli scritti dell’esilio. Il suo pensiero mescola (prima e dopo la conversione linguistica) razionalità secolare e aspirazione metafisico-teologica, ateismo e misticismo, scetticismo e dogmatismo negativo».

Ma Cioran è autore di un’altra rivoluzione ancora: quella contro la maledizione del lavoro. Non esercitò mai un mestiere (a parte la brevissima parentesi della docenza in Romania), vivendo di espedienti e mangiando alle mense universitarie fino a quaranta anni. In un’intervista con François Bondy, Cioran si autodipinge come «l’homme le plus désœuvré de Paris» (l’uomo più sfaccendato di Parigi), aggiungendo con la solita sferzante ironia: «Solo una prostituta senza clienti è più pigra di me».

Per concludere questo breve ritratto, possiamo dire di nuovo con Massimo Carloni che: «All’infuori di quello scivolone giovanile, l’abiezione del lavoro non gli avvelenò mai più la vita. Il mondo, forse, avrà perduto un docente, ma i suoi lettori hanno guadagnato un prosatore impareggiabile e un provvidenziale medicatore dell’anima, e il vantaggio, lasciatemelo dire, è inestimabile».

Bibliografia:

Cioran, E.M., Al culmine della disperazione [Pe culmile disperarării, 1934], Adelphi, Milano 1998.

Id., Un apolide metafisico. Conversazioni [Entretiens, 1995], Adelphi, Milano 2004.

Id., Cartea amăgirilor [1936], Humanitas, Bucarest 1998 (Le livre des leurres, L’Herne, Paris 1992).

Id., Sommario di decomposizione [Précis de décomposition, 1949], Adelphi, Milano 1996, 2012.

Id., Tradire la propria lingua. Intervista con Philippe D. Dracodaïdis, La scuola di

Pitagora Editrice, Napoli 2015 (recensione della sottoscritta pubblicata nella rivista interculturale bilingue «Orizzonti culturali italo-romeni», ISSN: 2240-9645, N. 5-maggio 2015, anno V, http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-3.html); Vivere contro l’evidenza. Intervista con Christian Bussy, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2014 (recensione della sottoscritta al seguente link: http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-2.html).

Carloni, M., Cioran e la filosofia, «Filosofia e nuovi sentieri», ISSN 2282-5711, 2013,       https://filosofiaenuovisentieri.it/2013/11/10/cioran-e-la-filosofia/

Fazio S.M., Regressione suicida. Dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro, Bonfirraro Editore, Barrafranca 2016.

Ribeiro Sá Menezes, R.I., Note sul nulla: un’indagine sul nichilismo nel pensiero di Emil Cioran, «Orizzonti culturali italo-romeni», maggio 2017, anno VII, http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Biblioteca-Cioran-Rodrigo-Sa-Menezes.html

Von Hofmannsthal H., Il libro degli amici, Adelphi, Milano 1980.

Anúncios