“Cioran, Platone e la Città del rancore” (Paolo Vanini)

cover_issue_3_en_USTHAUMÀZEIN | Rivista di Filosofia, Verona, no.  2, 2014, p. 455-483.

Sommario:

1) Il tiranno e la felicità del licantropo;
2) I desideri della ragione e le sentenze della carne;
3) Statue, amici e proporzioni;
4) Conclusione: un esercizio di disimpegno

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1) Il tiranno e la felicità del licantropo

Nel terzo capitolo di Storia e utopia Cioran confida la necessità pedagogica di «andare a scuola dai tiranni»; in seguito, nel quarto capitolo, tratteggia una sorta di breviario fenomenologico della civiltà umana, la quale sembra potersi fondare a condizione di convertire le esigenze di violenza che la caratterizzano in riserve di rancore: l’uomo, in altre parole, diviene sociale solo nella misura in cui trova il modo di non uccidere sempre e comunque il proprio prossimo, che per definizione è un nemico. Ed è rispetto a questa sublimazione che Cioran spiega l’atrocità dei nostri incubi notturni, durante i quali ci impegniamo a spellare e a squartare minuziosamente tutti coloro con cui, il giorno seguente, saremo costretti a parlare. Questo ritratto onirico, impietoso e irresistibile, ne evoca un altro, altrettanto memorabile: quello che Platone dedica alla figura del tiranno, nel IX libro della Repubblica (571a-575a): a colui che agisce da sveglio proprio come nel più infame dei suoi sogni, quando tutti i desideri contrari alla ragione, alla legge e alla natura prendono il sopravvento sull’animo del dormiente.

A partire da queste due rappresentazioni del tiranno, il presente saggio si propone di confrontare tra loro le analisi di Cioran e di Platone sul tema del «governo delle passioni», per individuare da un lato alcuni elementi platonici che emergono dalle pagine cioraniane, e per mostrare dall’altro le ragioni che spingono il pensatore rumeno a sostenere la tesi anti-platonica per cui il filosofo non sarebbe l’individuo più adatto a governare se stesso e le proprie passioni.

L’analisi si svilupperà in quattro punti, che riguardano altrettanti nuclei teorici comuni sia a Cioran che a Platone: la presunta felicità del tiranno; la metafora della «malattia» e del «corpo malato»; il parallelismo tra la «statua ben proporzionata» e l’autocontrollo del sé; la questione dell’engagement politico da parte dell’intellettuale. Da questo confronto emergeranno due immagini diverse, ma parimente paradigmatiche, della statura e della natura del filosofo: colui che, per Platone, sarebbe stato in grado di dominare il «mostro multiforme» delle proprie tensioni irrazionali; colui che, per Cioran, non si sarebbe rivelato altro che «un intruglio di bestia e di fantasma, che vivrebbe per metafora»… [Pdf]