“Una polifonia per Emil Cioran” (Alessandro Seravalle)

cioran-00QUADERNI D’ALTRI TEMPI — Rivista di Studi Culturali, 20 luglio 2017

CIORAN E L’OCCIDENTE — UTOPIA, ESILIO, CADUTA
(a cura di) Fabrizio Meroi,
Mattia Luigi Pozzi e Paolo Vanini 
Mimesis, Milano-Udine, 2017
pp. 260, € 24.00

Il volume Cioran e l’occidente edito da Mimesis, già protagonista di alcune preziose sortite nei meandri dell’opera più recondita di Emil Cioran, offre uno spaccato sul pensiero, meravigliosamente frammentario e contrario a qualunque tentazione sistematizzante, del filosofo di Rășinari e prende le mosse dal convegno tenutosi nelle giornate del 16 e 17 aprile 2015 presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. L’opera, caratterizzata da un’affascinante polifonicità, è suddivisa in due sezioni, cui va aggiunta una succosa appendice incentrata sui rapporti, sempre intensissimi, di Cioran con la musica a testimonianza del concerto tenuto dall’Ebony Duo che ha magistralmente concluso la due giorni.

La prima parte, dal titolo La storia come fatalità, si apre con il contributo di Aurélien Demars, membro del Comitato Scientifico del Convegno, incardinato, in estrema sintesi, sulle diverse declinazioni della parola “fine” nell’opera del pensatore transilvano. Se si volesse estrarre un passaggio emblematico dal saggio di Demars, la scelta ricadrebbe su “toute histoire est eschatologique” (tutta la storia è escatologica) in quanto per Cioran “le lieu de la fin se situe dans l’origine” (il luogo della fine si situa nell’origine).

Il secondo saggio, opera di Mihaela Stănişor, anche lei membro del Comitato Scientifico è, come il precedente, redatto in lingua francese, e contiene la fulminante formula “d’une éviscération spectaculaire… à une décomposition lucide” (da una eviscerazione spettacolare… a una decomposizione lucida) con la quale la filosofa rumena riassume mirabilmente la metamorfosi cui va incontro Cioran nel suo passaggio dal sanguigno idioma materno a quello francese algido e distaccato.

Amelia Natalia Bulboaca, nel terzo articolo, sostiene invece che “il Cioran francese deve tutto al Cioran rumeno”, enfatizzando quindi la congruenza della Weltanschauung cioraniana piuttosto che porre in risalto le linee di frattura, una posizione che la studiosa impernia sull’insistenza di un’antropologia tragica e anti-umanistica quale fil rouge della sua intera produzione.

A seguire il saggio di Antonio Di Gennaro nel quale il ricercatore napoletano, autentico agitatore editoriale quanto alla ricerca e alla pubblicazione di materiale nascosto di Cioran, si sofferma su quella che lo stesso filosofo rumeno chiama “svolta della disperazione” mediante la quale egli abbandona gli entusiasmi giovanili circa la storia “di fronte all’inenarrabile catastrofe e alle rovinose macerie” da essa prodotte.

Lo psicanalista Giovanni Rotiroti, già autore nel 2005 del volume edito da Rubbettino Il demone della lucidità. Il «caso» Cioran tra psicanalisi e filosofia, firma il quinto saggio della prima parte. In esso traccia un’analisi comparata delle posizioni di Cioran e di Gherasim Luca circa le ideologie totalitarie caratterizzanti il Novecento che entrambi, su sponde politiche opposte, hanno accarezzato e che li hanno posti in un’aspra disputa da cui Cioran s’è sottratto rinnegando recisamente il suo nazionalismo giovanile.

Chiudono la prima parte i contributi di due dei tre curatori del volume. Nel primo di essi Mattia Luigi Pozzi mette in evidenza le ascendenze della filosofia di Max Stirner sulla visione della storia dell’autore rumeno, in particolare, contrariamente a quanto si potrebbe di primo acchito pensare, riguardo alla sua produzione francese. Il ricercatore della Cattolica di Milano utilizza come base d’appoggio del suo punto di vista una dispensa giovanile redatta da Cioran durante il suo primo anno all’Università di Bucarest dal titolo Max Stirner e l’individualismo anarchico, tuttora inedita in Italia, oltre a vari altri luoghi dell’opera cioraniana… [+]