“Cioran e Canetti, il pensiero come frammento” (Gaetano Cellura)

Lunario Nuovo, Rassegna di Letteratura diretta da Mario Grasso. Approssimazioni critiche, dicembre, no. 70/53 nuova serie, sala Giuliano Gramigna, 2015

Due grandi pensatori morti a poca distanza di tempo: Emil Cioran nel 1995 e Elias Canetti nel 1994. Vent’anni dunque sono passati. E nessuno ha pensato, né l’anno scorso né quest’anno, di ricordarli come meritano. Cioran è sepolto a Parigi nel cimitero di Montparnasse insieme alla moglie Simone Boué; e Canetti a Zurigo (vicino a James Joyce: si apprende da Wikipedia).

Cioran, quando viveva ancora in Romania, il suo paese, ha debuttato come pensatore antisemita. Il bulgaro Canetti era di famiglia ebrea, di lontane origini ebree. Visse in Austria fino all’Anschluss, poi per ovvie ragioni si trasferì in Inghilterra. Cioran invece rimase per sempre a Parigi: vi era stato mandato nel 1937 dall’Istituto Francese di Bucarest. E lì, nella città e nella nazione offesa dai tedeschi, rinnegò i suoi primi scritti e cambiò radicalmente opinione sugli ebrei, accorgendosi che “hanno il privilegio” di vivere un doppio dramma: essere uomini ed essere ebrei. Cioran scrisse numerosi libri (di saggi, pensieri, aforismi, frammenti e i trentaquattro segreti Quaderni 1957-1972 che Simone Boué, trascrivendoli, ha salvato dalla distruzione cui parevano destinati dopo la morte del marito), ma nessuna opera di narrativa. Canetti scrisse importanti saggi, riflessioni, opere come Massa e potere e La provincia dell’uomo, e un solo romanzo: Autodafé. Quello in cui il suo dottor Kien dice la frase “questa verità mente, deve scomparire”.

Cosa voleva dire Peter Kien? Voleva dire che ci circonda un mondo dominato dalla paura. Paura dell’altro, paura di essere toccati. Paura che induce a costruire muraglie intorno a noi, a cercare labirinti in cui nasconderci. Ma non è il mondo d’oggi? Il mondo che alza muri e barriere d’ogni genere per respingere profughi e migranti?

Claudio Magris dice che Autodafé è un libro agghiacciante perché pone davanti a un mondo su cui non si è posato alcuno sguardo umano. “Questa verità mente, deve scomparire”. Questa verità è la vita nei suoi inganni, nella sua varietà e nel suo deserto. Kien vuol combattere la paura che soffoca il mondo: e in questa lotta, che è poi irrigidimento contro la vita che cambia, si perde. Insieme al mondo soffoca se stesso, il suo Io. Prosciuga ogni suo desiderio sino a non vivere più. Il senso di tutto questo è che di muraglie sempre più alte ed estese ha bisogno la nostra sicurezza. Tali da soffocare in definitiva la vita per la cui difesa sono state costruite.

Cioran ha scritto che i romanzi sono stati le sue migliori letture, le più sconvolgenti. Ma che questo non gli ha impedito di odiare la visione da cui procedevano. L’obnubilata visione letteraria dell’esausta civiltà occidentale, che dava allo scrittore lo stesso credito attribuito “al saggio nel mondo antico”. Per Cioran il romanzo era usurpatore per vocazione: si era impadronito di mezzi “che appartengono in modo specifico a movimenti essenzialmente poetici”: si era venduto a tutte le cause: era diventato la prostituta della letteratura; nessuna decenza lo tratteneva dal violare ogni intimità. Quando non vedremo più romanzi nelle vetrine delle librerie, scrive nella Tentazione di esistere, una civiltà fondata sul futile sarà finita; e con lei anche la paura della noia, ancora più forte della noia stessa, che si prova tutte le volte che ne apriamo uno.

Se il romanzo è una prostituta, scrivere libri d’ogni genere e pubblicarli è ancora peggio per questo nichilista disperato che vive oltre. Oltre la filosofia. Oltre la letteratura. È una perdita d’innocenza, una barbarie nei confronti della nostra intimità. È una profanazione, una sconcezza. Il letterato non può divulgare le proprie tare e miserie per divertire o esasperare e mostrarsene fiero. E si chiede Cioran cosa spinge “uno scrittore che ha già scritto cinquanta volumi a scriverne ancora un altro” quando nulla c’è più da costruire né in letteratura né in filosofia. Nei Quaderni confessa di essere debitore ai libri distruttivi, negatori, “acidi”. Ai libri tossici. Gli è debitore perché lo fortificano risvegliando la sua reazione al veleno che contengono. Per Cioran niente è più convincente e insieme più esasperante del pessimismo. “Quando leggo un libro nero, ne condivido gli argomenti finché lo leggo; ma quando l’ho finito, mi detesto per averlo apprezzato e cerco in tutti i modi di distruggerne le tesi. Questo mi capita anche con i miei stessi lavori, cupi in sommo grado. Quando ne termino uno, provo una gran voglia di rinnegarlo, lui e tutto ciò che ho fatto; ma non ci riesco, non posso ripudiare il mio lebensgefühl, né adottarne un altro, poiché quello che ho è tutt’uno con la quasi totalità delle mie esperienze, con la mia stessa esistenza. Mi è impossibile cambiarlo o preferirgliene un altro”. Più un libro è “tossico”, più agisce in lui come un tonico. Per questo, avendo letto tutto ciò che poteva farlo “affondare”, ha potuto evitare il naufragio… [+]