“Emil Cioran e l’Amore” (Antonio Di Gennaro)

ZONADIDISAGIO – Il blog di Nicola Vacca, 6 giugno 2018

In una delle sue ultime interviste, quella concessa a Michael Jakob, Emil Cioran dice:

«In ogni nostro atto c’è un retroscena, e proprio questo è psicologicamente interessante, noi non conosciamo che la superficie, il lato superficiale. Si accede a ciò che è detto, ma l’importante è ciò che non è detto, ciò che è implicito, il segreto di un atteggiamento o di una frase. Per questo tutti i nostri giudizi sugli altri, ma anche quelli su noi stessi, sono parzialmente sbagliati. Il lato meschino è camuffato, ma il lato meschino è profondo, e direi quasi che è quanto di più profondo ci sia negli esseri umani, e di più inaccessibile per noi. È la ragione per cui i romanzi sono un modo di camuffare, di esporsi senza dichiararsi. I grandi scrittori sono proprio quelli che colgono il «retroscena», soprattutto Dostoevskij. Lui rivela tutto ciò che è profondo e apparentemente meschino; ma è più che meschino: è tragico; questi sono i veri psicologi».

Qui è evidente l’influenza delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, ma in generale della cultura psicoanalitica. Questo è un concetto chiave in Freud (secondo il quale la coscienza costituisce solo la “punta dell’iceberg” dei nostri atti, che sempre trovano la loro autentica radice in un profondo sconosciuto), ed è il filo conduttore ad esempio di tutti i racconti dello scrittore austriaco Stefan Zweig.

Il retroscena, ciò che non è sulla scena, ciò che è dietro la scena, ciò che non è inquadrato da alcun faro, ma che fonda e giustifica l’intero percorso, poiché ne è il motivo principale, il movente sotteso, sconosciuto e incomprensibile: il sottofondo, il sotterraneo, il sottosuolo appunto.

Se prendiamo le opere di Cioran (sia quelle del periodo rumeno che quelle francesi), sulla scena, quindi sul palcoscenico si muovono sempre gli stessi “demoni interiori”: la solitudine, il cafard, la noia, la disperazione. Cioran è un “Maestro” perché è capace di descrivere tutte le sfumature di ogni stato emotivo, attraverso le pennellate della propria scrittura.

Ma non si limita a questo. In Cioran è decisivo il tema del corpo, della corporeità. La filosofia di Cioran è impensabile senza la fisiologia. Non è una filosofia astratta che parla di un Io impersonale, dell’esistenza come categoria generale. Qui chi parla è un io in carne ed ossa, che sente, che si sente, che soffre, che patisce, che ricorda, che piange, che rimpiange. È un Io che ama, che vibra, che si emoziona, che si appassiona, che si commuove, che desidera, che vuole. La filosofia di Cioran è quindi una filosofia della carne, del cuore, dei nervi, del respiro, degli occhi, dello sguardo e del silenzio. Non è una filosofia della mente astratta, ma una filosofia del cuore pulsante, che palpita, una filosofia dei sentimenti, delle emozioni che accadono dentro di noi e che ci avvincono.

Quella di Cioran è dunque un’anima straziata, un’anima lacerata, graffiata, squarciata come le tele di Lucio Fontana. Un’anima in pena, che ama profondamente la vita, ma che ha conosciuto ben presto “il sentimento tragico della vita”.

Leggiamo l’ultimo frammento di Lacrime e santi, opera del 1937: «Il paradiso geme al fondo della coscienza, mentre la memoria piange. Ed è così che si pensa al senso metafisico delle lacrime e alla vita come al dipanarsi di un rimpianto».

Cioran scrive quest’aforisma a 26 anni. Piange e rimpiange. I suoi occhi sono bagnati di lacrime, e queste lacrime si convertono in prosa filosofica. È una scrittura imbevuta, inzuppata di lacrime. Sono lacrime che scorrono sul viso o trattenute negli occhi… ma è una costante nella vita di Cioran, se solo sfogliamo i Quaderni:

«Ventitré anni fa (nel 1937) ho scritto un intero libro sulle lacrime. E da allora, senza versarne una sola, non ho mai smesso di piangere».

«Dire che rimpiango tutto è poco; io sono un rimpianto ambulante, la nostalgia mi divora il sangue e divora se stessa. Non vi è rimedio in terra per il male di cui soffro…».

«Non ho mai scritto con il mio sangue, ho scritto con tutte le lacrime che non ho mai versato. Fossi anche un logico, resterei un elegiaco. Vivo ogni giorno l’esclusione dal Paradiso con la stessa passione e lo stesso rimpianto del primo esiliato».

Ora, perché Cioran piange e rimpiange? Cosa lo affligge? Di cosa è psicologicamente affetto?

Sul palcoscenico delle sue opere, come abbiamo detto sfilano le figure della solitudine, il cafard, la noia, la disperazione. Questo è il lato fenomenico, l’esteriorità. Ciò che appare sulla scena. Ciò che Cioran mette in scena, ciò che inscena come terapia di salvezza per sedare l’angoscia.

Sono questi gli attori principali, i protagonisti, le maschere che ci presenta. Ma cosa accade dietro le quinte? Nel retroscena? Qual è la “causa radice” che spinge Cioran a parlare del proprio dolore, della propria disperazione, della propria inquietudine e della propria in-sofferenza?

Per rispondere a questa domanda, cerco di avvalermi “metaforicamente” di una teoria matematica e fisica chiamata “butterfly effect”, che in questi ultimi anni ha avuto una certa risonanza anche in ambito cinematografico. Secondo questa teoria: “Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. In altre parole, un evento apparentemente insignificante, può scatenare una reazione assolutamente imprevista, imprevedibile e sconvolgente.

E allora, qual è l’evento apparentemente insignificante che ha innescato una reazione a catena rovinosa nella psiche di Cioran? È difficile rinvenire nelle sue opere tracce biografiche oggettive in grado di sciogliere in via definitiva la questione. Quello che possiamo fare è seguire degli indizi

Ascoltiamo cosa dice Cioran, in un episodio che racconta con piccole variazioni 3 volte, nei Quaderni, nel Taccuino di Talamanca e in una lettera a Jaques Le Rider:

«Tutto ciò che in me è vero proviene dalle timidezze della mia gioventù. A loro devo quello che sono, nel senso migliore della parola. Senza di esse non sarei letteralmente nulla, e non conoscerei tregua nella vergogna di me stesso. Che cosa non ho sofferto, da giovane, per causa loro. E ora sono queste sofferenze che mi riscattano ai miei occhi.

(L’altro giorno mi sono ricordato di un momento capitale e particolarmente doloroso della mia adolescenza; amavo segretamente una ragazzina di Sibiu, Cela Schian, che doveva avere quindici anni; io ne avevo sedici. Per niente al mondo avrei osato rivolgerle la parola; la mia famiglia conosceva la sua; avrei potuto avere delle occasioni per avvicinarla. Ma questo andava al di là delle mie forze. Per due anni ho vissuto in preda a tormenti infernali. Un giorno, nei dintorni di Sibiu, nel folto di una foresta dove mi trovavo con mio fratello, scorgo quella ragazza in compagnia di un compagno di scuola, il più antipatico di tutti. Fu per me un colpo a stento tollerabile. Ancora adesso mi fa male. Da quel momento decisi che bisognava farla finita, che non era degno di me incassare il “tradimento”. Cominciai a staccarmi dalla ragazza, a disprezzarla e infine a odiarla. Mi ricordo che nel momento in cui la giovane “coppia” passava stavo leggendo Shakespeare. Darei chissà che cosa per sapere quale opera. Non riesco a ricordarlo. Ma quell’istante ha deciso della mia “carriera”, di tutto il mio futuro. Ne derivarono anni di completa solitudine. E io divenni quello che dovevo divenire)»… [+]