“Il vuoto come assenza di possibilità: l’antisistema di Cioran” (Serenella Di Michele)

ORIZZONTI CULTURALI ITALO-ROMENI – Rivista Interculturale bilingue, n. 6, giugno 2016, anno VI.

La scrittura fulminea di Cioran colpisce il lettore senza pietà. Se quest’ultimo non ha alcuna intenzione di assistere alla demolizione delle credenze cui è aggrappato, risponde senz’altro con il rifiuto e la derisione, ma se ha una predisposizione alla caduta – ovvero una tendenza a prendere distanza dalla Vita, data l’incapacità di abbandonarsi fiduciosamente al suo corso, per osservarla meglio e tentare di individuarne il senso – non può che rimanere attonito e rispondere assertivamente al richiamo del Vuoto che dalle opere cioraniane promana. E nel momento stesso in cui si predispone all’esplorazione dell’abisso della vacuità, le tenebre della caduta che fino a quel momento lo avevano paralizzato, si diradano – schiarite dalla liricità – e lo invitano al movimento – espressione massima della volontà di vivere. Fruendo del filtro che l’opera letteraria interpone tra l’osservatore e la realtà, egli può guardare in faccia le più atroci verità senza per questo diventare di pietra, mentre comincia a guardare al dolore come marchio d’elezione. È evidente, d’altronde, che l’adesione a un viaggio attraverso il Vuoto proposto da una qualsiasi opera d’arte – solleticando piacevolmente l’emotività – ha un effetto tutt’altro che distruttivo; si rivela anzi come una possibile via d’uscita dalla vacuità o comunque come l’opportunità di munirsi di armi che permettano di esplorarla senza per questo correre il rischio di soccombervi.

Nel primo capitolo di questo scritto, facendomi guidare dall’abilità letteraria e soprattutto lirica di Cioran, passo in rassegna gli ideali, le credenze, le speranze, le verità, i sistemi con cui l’uomo ha puntellato nel corso della storia la sua esistenza e – seguendo meticolosamente l’insegnamento del mio maestro di distruzione [1] – metto in discussione la loro validità.
La fase di demolizione, che si estende per tutto il primo capitolo – che per questo è stato titolato: Demolizione –, si apre innanzitutto con l’illustrazione della teoria cioraniana della doppia verità, ovvero, con la tesi della radicale opposizione tra paramartha, verità ‘vera’, e samvriti, verità ‘velata’ o, più esattamente, verità ‘d’errore’, al fine di analizzare l’asservimento degli uomini a quest’ultima, cui essi devono la loro sopravvivenza. La verità ‘d’errore’ è infatti quella che permette all’uomo di fabbricare sempre nuove menzogne, ideali, illusioni, credenze, in grado di velare il vuoto esistenziale che la verità ‘vera’ spietatamente svela. Segue un’analisi del nostro còsmo come il peggiore dei mondi possibili, giacché – come insegna mirabilmente Cioran – il dolore, la solitudine, la sofferenza, il male, la fatalità, appaiono le costanti di tutto ciò che è. A questo proposito, si è posto in modo particolare l’accento sullo stato di sofferenza che affligge l’uomo, che fra tutte le creature è l’unica afflitta da triplice male: male metafisico – espressione della finitudine e dell’imperfezione del suo essere –, dal male fisico – concretizzazione della caducità di ogni vivente –, dal male morale – scaturente dall’incomprensibilità della propria condizione, dal rigetto della stessa e dal rifiuto di sé.
Da questa analisi infausta della condizione umana scaturisce l’interpretazione della religione, nel paragrafo immediatamente successivo, quale manifestazione della volontà di elevazione dell’uomo, che giunge al punto di partorire la suprema menzogna della divinità, in cui affogare assieme alla sua disperazione. Nel quinto paragrafo del primo capitolo è illustrata la teoria cioraniana della creazione, secondo la quale, l’Altissimo intollerante del silenzio e della beatitudine inarticolata del chaos iniziale, attanagliato dalla solitudine, soffocato dallarabbia, morso dalla vacuità del vuoto, «scatenò contro la notte senza fine la sua prima battaglia» [2] squassando le origini [3], poi plasmò il mondo con le sue lacrime e «lo pose nel buco che si aprì dal suo restringimento» [4]; ovvero l’idea del creato come frutto dell’assottigliamento volontario di Dio. 

Nel sesto paragrafo è analizzata la tesi cioraniana della predestinazione dell’uomo alla caduta come conseguenza della vacillazione originaria che lo colse nel cuore dell’Eden, vacillazione che fece sì che fosse scaraventato nel tempo e privato dell’eternità.
Nel penultimo paragrafo è sferrato un duro colpo alla filosofia per la sua tendenza a gingillarsi con le belle parole e ad eludere, in tal modo, i problemi essenziali, che solo una filosofia rispettosa dei silenzi tanto quanto delle parole può affrontare. Il primo capitolo si chiude con un paragrafo intitolato apocalisse, in cui la sete di distruzione e il dolore per lacondizione di isolamento in cui il demolitore incappa raggiungono, con le voci di Emil Cioran e Jean Paul Sartre, l’acmédell’espressione lirica… [+]

Il contenuto integrale della tesi è disponibile cliccando qui.

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