Nicola Vacca – Lettere a Cioran (Alessandro Seravalle)

L’Ottavo, 20 settembre 2018

Attenzione! Siamo qui al cospetto di un poeta vero. Presenti molte tematiche care al filosofo rumeno ma il libro in questione non punta sull’erudizione, sebbene presente, e men che meno sull’analisi dell’opera dell’autore di Squartamento (non è forse vero che «ogni analisi uccide» come afferma lo stesso Cioran?). Ciò che viene tentato, per altro con disarmante successo, è la creazione, attraverso queste ideali missive, di un ponte teso verso lo spirito di Cioran. Questo testo costituisce una sorta di galleria metafisica, un etereo tunnel, uno squarcio nel tessuto dello spazio-tempo a cercare un dialogo impossibile col vivificante fiele del Privatdenker transilvano. Siamo di fronte non a un saggio (sebbene molto si possa imparare dalla sua lettura) ma a un vero e proprio atto d’amore che Vacca lancia in direzione di Cioran. Niente polvere qui! Il poeta pugliese non lascia adito a dubbi quando dichiara «era perciò fatale che mi innamorassi di Cioran, della sua scrittura capace di stanare sulle pagine la codardia degli esseri umani, la loro abitudine a nascondersi dietro le parole». Dalle pagine di Vacca emerge prepotente il rifiuto di ogni nascondimento, la ricusa di ogni maschera, la ripulsa per qualsivoglia forma di comodo occultamento. Mentre si viene assorbiti dalle e nelle righe di questo commovente omaggio ad un pensatore che non cessa di lenire le nostre fatiche e umettare caritatevolmente le nostre piaghe, sembra di vederlo, in trasparenza, il volto dell’uomo di Raşinari, Vacca con la sua prosa poetica lo evoca costantemente, è capace di suscitarlo, quel viso dal sorriso beffardo e sincero, lo sguardo penetrante e sempre amichevole. Si produce così una specie di amplificazione per simpatia, le menti si sintonizzano (ancora la radice greca syn: con, insieme), ci si accorda al meraviglioso, lucido e possente diapason cioraniano, «la sua prosa strangola le parole, parla la lingua della ferita» ed è questa la frequenza cui allinearsi. La quarta di copertina, che riprende uno stralcio della splendida prefazione curata da Mattia Luigi Pozzi, è illuminante: «scrivere di Cioran non può che essere una confessione. Una confessione che Nicola non teme, come solo coloro che portano Cioran con sé ovunque, dentro di sé, sanno dichiarare».
Entriamo ora, in punta di piedi, con l’animo pudico e il rispetto che si devono a un poeta autentico…«tutto ha inizio a Parigi, il 28 novembre 2014…mi siedo e inizio a parlare con lui come se potesse ascoltare la mia voce commossa…» e poi l’afflato poetico, l’apertura di un canale di comunicazione con la stupefacente lirica sulla tomba di Cioran.

Siamo l’abisso che nessuno racconta.
Di questa terra gli apostoli estremi
Della distruzione e della rinascita.
Non smetteremo mai di squartare il tempo
Perché tu ci hai insegnato la vertigine
Degli uomini che non temono la paura.

Sono diciotto le lettere che Vacca invia a Cioran, il poeta pugliese sfiora i centri nevralgici della Weltanschauung del rumeno. Lo scetticismo («un atto politico, la postura più autentica di chi sa avventurarsi nell’immanenza del proprio vissuto con coraggiosa onestà»), la caduta (fulminante l’esordio della seconda lettera: «quando scrive Cioran cade; quando pensa, cade; quando vive, cade»). «L’umanità ha bisogno di caduta» è la notifica tranchant del poeta, e aggiunge: «solo così potrà pervenire a una presa di coscienza radicale», per poi ammonirci: «occorre essere disposti , però, a farsi anche molto male»… [+]