“Le vie parallele di Cioran e Leopardi” Intervista a Mario Andrea Rigoni di Antonio Castronuovo

Aforisticamente — l’aforisma nel mondo – letture e scritture aforistiche contemporanee

Gentile prof. Rigoni, la sua avventura intellettuale è traversata da Leopardi e da Cioran. Vorrei che lei ci aiutasse a mettere a confronto l’uno con l’altro: che cosa li unisce e che cosa li separa?

Condividevano l’esperienza capitale della noia, cioè il senso della vacuità universale delle cose, che evidentemente percepivano nella carne, oltre che nel pensiero. Erano scettici, del tutto privi di illusioni, benché ne riconoscessero la necessità per la vita e per la storia. Inoltre pensavano che l’uomo, avendo deviato dal corso della natura fino a costituire una anomalia minacciosa, andasse fatalmente incontro alla propria distruzione. È questa l’origine del loro antistoricismo e del loro antiumanesimo radicale. Una tale visione era però accompagnata, se non redenta, dalla religione della poesia, della forma, dello stile: tutto lo Zibaldone di Pensieri brulica di testimonianze di questa natura, alle quali la critica non ha mai prestato l’attenzione dovuta. Cioran, da parte sua, diceva di  sognare un mondo dove si potrebbe morire per una virgola. Proprio una battuta come questa si presta ad esemplificare la diversità psicologica e storica tra Cioran e Leopardi: vi è nell’uno, interprete ed erede di tutte le decadenze, un genio dell’esagerazione, dell’ibridazione e della teatralità ironica estraneo alla verginità ancora classica e settecentesca della personalità dell’altro. La stessa cosa vale naturalmente già per Baudelaire – non a caso uno degli scrittori più amati da Cioran.

Crede che il sistema di pensiero di Leopardi e di Cioran possa avere effetto pratico sui loro lettori? In altre parole: cosa ci insegnano che sia realmente applicabile alla vita?

Sono entrambi maestri di lucidità – una caratteristica che non giova molto alla vita. Tuttavia la lettura dei loro scritti sortisce un esito paradossalmente corroborante e, talvolta, perfino rasserenante, come è stato più volte notato. Non bisogna inoltre dimenticare gli effetti supremamente benefici che avrebbe la loro lezione di scetticismo, se esso potesse essere praticato su scala sociale, oltre che individuale. Non c’è antidoto migliore di questo contro il fanatismo, principio di ogni violenza.

Leopardi e Cioran sono due pensatori radicali: con poche parole, e nella migliore tradizione dello stile aforistico, essi riescono a trovare subito il nucleo delle cose. L’impressione è che lo Zibaldone o le Operette morali di Leopardi riflettano un pensiero acuminato ma abbastanza meditato, mentre Cioran ferisce e dissangua di colpo e in maniera diretta. È un’impressione corretta?

Se capisco bene, ciò che lei osserva si ricollega alla differenza che corre fra un classico e un grande epigono.

Entrambi parlano nelle loro opere di suicidio, ma entrambi muoiono nel loro letto, per malattia. Ciò nonostante il tema del suicidio è nella loro prosa qualcosa di molto efficace. Crede che una mente pessimista debba necessariamente meditare sul tema del suicidio, al di là del fatto che poi lo metta in pratica o meno?

Ne sono convinto. D’altronde Cioran diceva che proprio l’idea del suicidio gli aveva consentito di non suicidarsi. A lei, che ha scritto un bel libro sul suicidio di alcuni artisti del Novecento, forse interesserà sapere che Cioran diede una volta un’interessante intervista, che non si trova nel volume degli Entretiens pubblicato da Gallimard: essa contiene osservazioni molto importanti su questo tema, dall’antichità fino a Hitler. Anche Leopardi meditò il suicidio da quando aveva vent’anni, facendone anzi un argomento ricorrente di riflessione e di poesia; non risulta tuttavia che lo abbia mai tentato, forse per le stesse ragioni delle quali parla Cioran.

Il lettore italiano conosce l’acuminata prefazione che Cioran procurò alla sua raccolta di saggi Il pensiero di Leopardi. In quelle righe si poteva vedere come Cioran considerasse Leopardi una sorta di compagno di strada, uno di quelli che magari non sono stati letti molto ma che diventano presenti nei momenti essenziali dell’esistenza. Le chiedo: Cioran parla altrove di Leopardi? E quale immagine aveva di lui?

Cioran aveva di Leopardi una conoscenza limitata, credo, ad alcuni Canti, a qualche pensiero dello Zibaldone e poco altro: per questo nei suoi libri le citazioni leopardiane si contano sulle dita di una mano. Un po’ di più ne ha saputo attraverso i miei saggi. In compenso si sentiva un affine di Leopardi nel sentimento e nella concezione della vita e aveva incorniciato il testo dell’Infinito in un quadretto, che teneva appeso su una parete del suo appartamento parigino in rue de l’Odéon.

Lei ha conosciuto Cioran di persona. Può darci un breve ricordo dell’uomo, delle sue amicizie e delle sue abitudini?

Ho fatto un ritratto di Cioran, che è anche il mio personale «esercizio di ammirazione» nei suoi confronti, in uno scritto che uscirà tra poco in un numero speciale dei «Cahiers de l’Herne» dedicato a lui. In questa sede mi limiterò a dire che era nella vita, come nella scrittura, un uomo di una totale indipendenza e di un’intensità contagiosa. Aveva modi semplici, diretti e amabili, spesso anche divertenti, allegri e ironici, che
attenuavano o correggevano la sua qohéletica malinconia. Era, oltre che un grande lettore, un conversatore magnifico, ad onta di una leggera balbuzie. Di solito ci vedevamo tra noi, ma le poche volte in cui ci siamo trovati in circostanze diverse posso testimoniare che la sua presenza risultava seducente non solo per la gente di lettere, ma anche per la gente comune. Naturalmente aveva frequentato o conosciuto un certo numero di scrittori, di alcuni dei quali era stato o era amico: da Paulhan a Saint-John Perse, da Gabriel Marcel a Beckett, da Michaux a Ionesco. So che in una determinata circostanza si era anche adoperato per procurare un incarico a Paul Celan, di cui ricordava la sensibilità scorticata (diceva che «tout le blessait»). Celan era arrivato a Parigi dopo la guerra e aveva incontrato Cioran nel 1952 (l’anno successivo avrebbe pubblicato la sua traduzione in tedesco del Précis de Décomposition). Cioran conosce molto bene anche Henry Corbin, che aveva – mi raccontò una volta – due soli interessi: la mistica islamica, naturalmente, e … i giornali pettegoli. Fu  Cioran che suggerì a Corbin il titolo sotto il quale egli raccolse i suoi saggi da Gallimard: En Islam iranien. Aggiungerò che, soprattutto negli ultimi anni, Cioran riceveva molte visite di letterati nel suo appartamento di rue de l’Odéon: vi approdavano Susan Sontag come Fernando Savater, Pietro Citati come Guido Ceronetti e Roberto Calasso.  In compenso Cioran non prese mai parte alla vita della cosiddetta «società letteraria», alla quale era intimamente estraneo. D’altronde è singolare e significativo che i suoi libri raggiungessero i lettori più insospettabili: gente qualsiasi come sportivi, attori o politici famosi.

Vede un Cioran nel novecento italiano?

No, ma c’è un pensatore avvicinabile a Cioran, anche se lo stile della sua prosa è più espositivo e argomentativo e meno poetico; un filosofo dapprima trascurato dalla cultura ufficiale, sia gentiliana sia crociana, oggi più noto e tuttavia ancora nell’ombra, nonostante alcuni suoi libri siano stati ristampati per merito della casa editrice Adelphi: Giuseppe Rensi. Cioran non ebbe notizia, ma lo avrebbe certamente apprezzato e amato. Rensi è il maggior rappresentante di quel “leopardismo filosofico” di cui bisognerebbe scrivere la storia.

Quali erano i vostri rapporti personali?

Avevamo un rapporto di vera amicizia e di vera intesa, con tutta la libertà e la confidenza che ne conseguivano. Ci vedevamo immancabilmente quando andavo a Parigi (una volta venne anche a trovarmi a Padova) e ci scrivevamo molto spesso. Se gli telefonavo e gli chiedevo “Je vous dérange?”, rispondeva invariabilmente con aria divertita: “Quelle idée!”. Avendo il privilegio di non lavorare, non perché fosse ricco ma perché aveva scelto di vivere “da artista” nonostante le difficoltà economiche – talvolta gravi – che ciò comportava, era sempre libero. È ovvio, inoltre, che non aveva non solo gli obblighi ma neppure la mentalità – penosa – del “lavoratore”. In ogni caso a me ha riservato un affetto e una sollecitudine commoventi. Non potrò mai dimenticare lui e Simone che si affaccendavano attorno alla macchina da scrivere (era Simone che pigiava i tasti) per migliorare la traduzione francese di qualche mio balbettio letterario.

Di che cosa parlavate tra voi?

Di tutto: dei problemi di lingua e di traduzione, naturalmente, e poi della salute, delle conoscenze comuni, di certi libri, dell’unicità storica degli ebrei, ai quali aveva dedicato il saggio più bello che io abbia mai letto in proposito: Un peuple de solitaires, contenuto in La tentation d’exister. Parlavamo della fine dell’Occidente e, già allora, dell’avanzata dell’Islam: Cioran profetizzava che un giorno Notre Dame sarebbe diventata una moschea.

Mai di avvenimenti italiani?

Parlavamo talvolta del terrorismo, che in quegli anni infuriava. Ho ritrovato quello che mi scrisse non appena fu diffusa la notizia del delitto Moro: “A l’instant, j’apprends la nouvelle terrible. Ces messieurs des Brigades, si par impossible s’emparaient de l’ Etat, infligeraient à l’Italie un régime de type cambogien. Toutes ces tragédies à cause de l’Utopie!”.

Che cosa mi può dire delle lettere di Cioran?

Nel corso della sua vita Cioran scrisse moltissime lettere, forse qualche migliaio, dato che io solo ne conservo più di cento: spero che un giorno siano raccolte e pubblicate, almeno le più notevoli. Era d’altronde uno dei generi che amava maggiormente: ne parla in un breve scritto intitolato Mania epistolare.

C’è una lettera, in particolare, che testimoni la vostra affinità su argomenti che consideravate essenziali?

Più d’una. Ricordo che una volta, non so più in quale circostanza, gli confessai la mia disperazione ed egli rispose con un’analisi di sé e di me incentrata sulla maledizione della coscienza. Diceva che gente come noi è fatta per divorare se stessa…

Che cosa le ha dato Cioran sul piano strettamente letterario?

Mi ha fatto percepire una cosa più preziosa di qualunque idea – almeno per uno scrittore o per un letterato: l’importanza del tono. Una volta mi ha detto: «Si vous avez le ton, vous avez tout».

Nelle Variazioni sull’impossibile, da lei pubblicate presso Rizzoli, emergono analogie tra il suo pensiero e quello di Leopardi e Cioran, se non altro nell’opzione pessimista che incardina i suoi aforismi. Ma vi balugina anche qualcosa di «possibile», quando ad esempio lei scrive che «l’esistenza è troppo sinistra e troppo piccante perché dietro non ci sia qualcosa». Le chiedo allora, in conclusione, se il suo pessimismo non abbia un aspetto metafisico: per andare avanti è necessario «credere», nutrire una illusione?

Le parole “pessimismo”, “pessimista”, hanno una tinta psicologica, che implica o incoraggia l’equivoco. D’altronde sono state usate da grandi pensatori, Leopardi incluso. In ogni caso lei tocca un punto profondo, che mi ossessiona da sempre. Il mio “pessimismo” è metafisico in quanto credo possibile, anzi probabile, che dietro il sipario dell’esistenza si nasconda dell’altro: ma sarebbe anche qualcosa di felice e di augurabile per noi? Il mio dubbio è che il nostro universo non rappresenti neppure il peggiore dei mondi possibili: chi può dire se non ve ne siano di ancora più neri e sgomentevoli? La sola consolazione e la sola speranza è che al terrore nel quale viviamo su questa terra si mescola sempre una misteriosa bellezza…

(L’intervista è tratta dal libro “In compagnia di Cioran” edito nel 2004 da Il Notes magico, Padova. Si ringrazia Mario Andrea Rigoni e Antonio Castronuovo per l’autorizzazione concessa alla pubblicazione)

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No centenário de Cioran (João Bigotte Chorão)

Resumo: O escritor romeno Emil Cioran (1911-1995) é recordado no centenário do seu nascimento, a propósito de um livro que esclarece a sua relação com o país que o acolheu no exílio: De la France. Redigido em 1941, este texto foi publicado pela primeira vez em 2009 e reeditado em 2011 (data em que também foi publicada a tradução para espanhol).

Palavras-chave: Emil Cioran, literatura romena, exílio, França, diário pessoal, Espanha.

Revisiones – Revista de crítica cultural, n.º 7 (Invierno de 2011 / Primavera de 2012), pp. 227-232. | PDF

Charmed by Death and Chaos (NYT)

By Edmund White
Published: May 05, 1991

ANATHEMAS AND ADMIRATIONS By E. M. Cioran. Translated by Richard Howard. 256 pp. New York: Arcade Publishing/Little, Brown & Company. $22.95.

I hate wisdom. What drunks, politicians and the idle proffer so freely gives me an allergic reaction. Most wisdom, I’m convinced, is made up of what S. I. Hayakawa used to call “purr words,” reassuringly familiar and abstract empty vocables that go down well uttered in any order, even in reverse. Perhaps this aversion is what always made me avoid E. M. Cioran in the past, since he’s an aphorist. For me, just a glance at all those nugatory paragraphs, set off by portentous white space, is usually an accurate early warning that wisdom Scuds are about to be launched.

Nothing could be more gratifying than to discover that Mr. Cioran, a Romanian who’s lived in France since 1937, admires Buddhism of the most unconsoling variety, has contemplated suicide for decades, esteems extremists, fanatics and eccentrics of all sorts and has instituted vertigo into his daily life. Instead of accumulating wisdom, he has shed certainties. Instead of reaching out to touch someone, he has fastidiously cultivated his exemplary solitude. If he is an aphorist, he’s one who resembles Nietzsche, not Kahlil Gibran. As he says in “Anathemas and Admirations”: “However much I have frequented the mystics, deep down I have always sided with the Devil; unable to equal him in power, I have tried to be worthy of him, at least, in insolence, acrimony, arbitrariness, and caprice.”

Mr. Cioran is so far from the current quest for bromides, success and togetherness that he must have shocked the American professor who asked him for a suggestion as to what he should discuss in his next year’s lectures. He hazarded: “Why not chaos and its charms?” Under the chapter heading “Exasperations,” he notes laconically, “Devouring biographies one after the next to be convinced of the futility of any undertaking, of any destiny.”

The gulf between his tradition of European pessimism and American optimism comes clear in his reflections on F. Scott Fitzgerald. Instead of looking at the artistic Fitzgerald, the author of “The Great Gatsby,” or the legendary Fitzgerald, the inventor of the flapper, Mr. Cioran selects the desperate, alcoholic Fitzgerald of “The Crack-Up” and treats him to some unusual observations. When Fitzgerald complains of his sleepless nights, Mr. Cioran (himself a great insomniac) regrets the American is not sensitive to the advantages of this “enriching disaster.” When Fitzgerald contemplates his “dark night of the soul” and considers it to be a symptom of psychological collapse, Mr. Cioran asks why Fitzgerald was indifferent to the philosophical possibilities of his condition: “He struggled more as a victim than as a hero. The same is true of all those who live their drama solely in terms of psychology; unsuited to perceiving an exterior absolute to combat or to yield to, they eternally relapse into themselves in order to vegetate, ultimately, beneath the truths they have glimpsed.”

Mr. Cioran occupies a position of extreme solitude in French intellectual life. Like his fellow Romanian, the playwright Eugene Ionesco, who also lives in Paris, he is fascinated by death, although Mr. Ionesco flees it in a panic while Mr. Cioran woos it with honeyed words and knowing smiles. Mr. Cioran is a contemplator of suicide who has lived to be old (“Since day after day I have lived in the company of Suicide, it would be unjust and ungrateful on my part to denigrate it”).

He is also a philosopher who despises anything systematic (“One is freer in the aphorism — triumph of a disintegrated ego”). He is a foreigner who writes an exquisite French — knotty with thought, rapid in its notation of ideas, dandified in its elisions. Richard Howard has rendered this language, which is both classical (lucid, sober) and Romantic (intimate, omnivorous), with the same suppleness he brought to that other great French stylist of our epoch, Roland Barthes.

For Mr. Cioran, French is a language beset with formal constraints and refinements that he characterizes as “the combination of a straitjacket and a salon,” though elsewhere he writes: “It is just possible to imagine God speaking French. Christ, never. His words do not function in a language so ill at ease in the naive or the sublime.”

In the era of magazines like People and Paris Match, he is capable of observing (of Borges, in this case): “The misfortune of being recognized has befallen him. He deserved better.” Despite being a stoic and virtually a hermit, Mr. Cioran has had on some readers a calamitous effect; not long ago a young man in France committed suicide with a Cioran volume beside him (was it the mordant “Temptation to Exist”?).

Mr. Cioran’s ear for language is so finely tuned that it’s no accident he loves music. Some of his most striking apothegms record the effect of music (its essence is ineffable). I’ll restrain myself to quoting two: “Only music can create an indestructible complicity between two persons. A passion is perishable, it decays, like everything that partakes of life, whereas music is of an essence superior to life and, of course, to death.” And: “Music exists only so long as hearing it lasts, just as God exists only so long as ecstasy lasts. The supreme art and the Supreme Being have this in common, that they depend entirely on ourselves.”

Although Mr. Cioran prefers aphorisms, he is also a superb literary essayist, as this book gives us two occasions to observe. One of the two important essays is on Paul Valery, the French poet, in which Mr. Cioran remarks, “His horror of philosophic jargon is so convincing, so contagious, that one shares it forever after, so that one can no longer read a serious philosopher except with suspicion or distaste, henceforth rejecting any falsely mysterious or learned term.”

The other is a homage to the 19th-century reactionary political philosopher Joseph de Maistre. With hand-rubbing glee Mr. Cioran chortles and quotes Maistre declaring in an insane period: “In all the universe there can be nothing more peaceful, more circumspect, more humane by nature than the tribunal of the Inquisition.” Maistre was sent by the King of Sardinia as his Ambassador to St. Petersburg, and Mr. Cioran identifies with his status as emigre: “A thinker is enriched by all that escapes him, all that is taken from him; if he should happen to lose his country, what a windfall! Thus the exile is a thinker in miniature or a circumstantial visionary.”

In his reactionary excessiveness Maistre criticized anything new and praised any authority consecrated by time, which he invariably qualified as “divine.” Wryly, Mr. Cioran says in an aside, “Applied to war, the adjective seems, at first glance, unfortunate.” With characteristic dryness, Mr. Cioran concludes, “Nothing permits us to regard goodness as the major attribute of the divinity.”

Sardonic, even cynical, Mr. Cioran rivals his idol, Satan, in the elegance of his address and the undermining fluency of his thought. I suppose if we must have wisdom, it should at least be sulfurous.

WRITING AS REVENGE

I want to write only in an explosive state, in a fever or under great nervous tension, in an atmosphere of settling accounts, where invectives replace blows and slaps. It usually begins this way: a faint trembling that becomes stronger and stronger, as after an insult one has swallowed without responding. . . . Expression is relief, the indirect revenge of one who cannot endure shame and who rebels in words against his kind, against himself. . . . I have not written a single line at my normal temperature. And yet for years on end I regarded myself as the one individual exempt from flaws. Such pride did me good: it allowed me to blacken paper. I virtually ceased producing when my delirium abated and I became the victim of a pernicious modesty, deadly to that ferment from which intuitions and truths derive. . . .

When one attacks a subject, however ordinary, one experiences a feeling of plenitude, accompanied by a touch of arrogance. A phenomenon stranger still: that sensation of superiority when one describes a figure one admires. In the middle of a sentence, how easily one believes oneself the center of the world! Writing and worship do not go together: like it or not, to speak of God is to regard Him from on high . Writing is the creature’s revenge, and his answer to a botched Creation. — From “Anathemas and Admirations.”

Edmund White, who teaches English at Brown University, is finishing a biography of Jean Genet.

E. M. Cioran & Jason Weiss

A keen stylist and rigorous thinker, concerned with the most fundamental issues of being, E. M. Cioran has often been compared with such writers as Beckett and Borges. Though he might have been better known had he written fiction or plays rather than his very particular essays and aphorisms, Cioran’s books reach across great distances: those within the self as well as those between people. | PDF

The sceptic-on-duty

Profoundly influenced by Buddhism and Hinduism, the Romanian philosopher E.M. Cioran saw life as a quest for the void.

RüDIGER PUNZET, The HinduOnline edition of India’s National Newspaper
Sunday, Dec 05, 2010

The American literary critic Susan Sontag called him the French Nietzsche, John Updike dubbed him a frustrated monk, and Bernhard-Henri Lévy described him as a “Dandy of the void beside whom even the stoics appear as zealous bon vivants”. The Romanian philosopher and essayist E.M. Cioran (1911-1995) is considered one of the most critical thinkers and radical nihilists of the 20th century. In spite of his intense engagement with the Indian and Eastern philosophies and his deep admiration for them, Cioran is hardly known in this part of the world. To many who come in contact with his works he appears as an “aristocrat of doubt”, an “ungodly mystique”, a “reactionary” and a “cynic”. Cioran’s prose confronts the reader with an author who imposes an unmatched climate of cold apocalypse and scathing scepticism. In his book Anathemas and Admirations Cioran calls himself “The sceptic-on-duty of a decaying world”. He chose the essay and aphorism in particular to express himself as he was convinced that they perfectly captured the epigrammatic intensity of his thoughts: “The aphorism is cultivated only by those who have known fear in the midst of words, that fear of collapsing with all the words.”

Unconventional thinker

Cioran belongs to the tradition of French and especially German aphorists, like Lichtenberg, Novalis, and finally Nietzsche who dismissed outright the philosophy of Hegel. Cioran was an unconventional thinker, averse to academic philosophy like the German philosopher Arthur Schopenhauer, whom he venerated as his master. Cioran was of the view that “the university has extirpated philosophy. In my opinion philosophy is not a subject matter of study. It should be lived and experienced. One should be able to philosophise on the streets. …An official philosophy? A career as philosopher? No, please.”

The title of his first book, written in French, A Short History of Decay, tersely summarises the whole body of his work. Actually, Cioran knew only one fundamental problem: How can one bear life and oneself. “There are no other tasks tougher than this. Conclusive answers do not exist. Everyone has to solve this problem to a considerable extent for oneself”. Suicide is a recurrent motif in his works. “I don’t support suicide, but I support the idea of suicide”, he writes. And he also said many a time that without this liberating idea, he might indeed very well have committed suicide. But he also said that many of his readers came to him to tell him they would have committed suicide if they hadn’t read his work.

After studying philosophy at the University of Bucharest Cioran went to Berlin as a Humboldt Scholar and studied Husserl and Heidegger. During his stay he became an admirer of Hitler. Like Heidegger, he later distanced himself from Hitler’s movement and attributed the initial fascination to the hastiness of youth. In 1939 he went to Paris on a scholarship offered by the Institut Français of Bucharest but did not complete his dissertation on Henri Bergson. Paris became his permanent domicile until his death.

Cioran is a keen stylist and a master of French prose whose texts have found a place in French school books. He had a love-hate relationship with the French language. He maintained that French was the most precise language; maybe this was the reason why French seemed to him at the same time the only language in which one cannot pray.

Indian Philosophy

“Fortunately, I am engrossed in Hindu and Chinese philosophy”, he writes. “What peace! The truth lies there, if it is allowed, to use such a term”. Cioran’s engagement with Buddhism, which as a religion came closer to his world view, is well known. Very few know, however, that Hinduism also played a crucial role in his thinking and that he often turned to Hindu spiritual texts. In his rare interviews, he repeatedly expressed his thoughts on Hinduism and its seminal meaning for his world of ideas: “I consider Hinduism to be the profoundest of all the religions … The great systems are Hindu philosophy, then the Greek philosophy and the German philosophy. The basic advantage of the Hindu philosophy is: In India the philosopher is compelled to practise his philosophy.” It is not just an intellectual exercise. The philosophers of the East are certainly not intellectual charlatans and professors: “Philosophy is not a profession. It is inextricably intertwined with their life.”

Through his intense engagement with the Vedas, Upanishads and Mahayana sutras Cioran’s idea of the delusion of existence stood vindicated. In the true Far-eastern tradition, Cioran does not attach any significance to history: “The negation of history is in conclusion the Hindu philosophy: The action is considered meaningless and futile. Only the cessation of time counts. When one really ponders upon this, one should cease to act and function. One should throw oneself on the floor and weep.”

Cioran, unlike many other European thinkers of the 20 {+t} {+h} century, tries to explore Western and Eastern philosophies in a unified fashion. He searches and discovers links and parallels between Hinduism and the Catholic mystics like Saint Teresa of Avila or the German, Meister Eckhart, who according to Cioran was the profoundest thinker of the Occident, as his search for truth went beyond the conception of God and culminated in a total void: “Meister Eckhart is actually a thinker who could very well have been born in India, too”.

Cioran is right from the beginning quite unequivocal that thinking in its real sense cannot be and should not be abstract, as thinking, philosophy and religion cannot be separated from real life. Moments of despair and ecstasy teach us the fundamental meaning of life and they are to be aspired to. Cioran termed this the philosophy of unique moments. In the depths of disillusionment lie sublime realisation, and the meaning of life is attained in the ecstasy of imperfection, he once observed. These kinds of observations characterise Cioran’s writing.

The most common accusation against Cioran is of contempt for human beings. He was also termed a misanthrope of the worst sort by some as he maintained that the best thing that could happen to humanity would be its downfall and disappearance. He was relentless in his search for indicators and evidence to corroborate his view that the apocalypse is imminent: the disquietude all round is an augury of doom. In ostensible progress, he saw nothing but a quest for collapse.

The author works for the Goethe Institut, Germany.

Destin ironique de Cioran (Nicolae Balotă)

Revista Apostrof anul XVIII, 2007, nr. 1 (200)

Imagine-t-on une révolution puisant ses slogans dans Cioran ?

Ce n’est pas une question purement rhétorique que nous nous posons là, semblable à celle de Cioran qui, en s’interrogeant de la même façon au sujet de Pascal, voulait souligner l’énormité d’une telle supposition.

À l’affût des signes dévastateurs de paix, l’histoire, ce « règne de l’anomalie » réclame parfois son dû, là où on ne s’y attend nullement. Pourquoi ne pas envisager, comme une possibilité, la future exploitation à fins séditieuses d’une pensée, d’ailleurs reconnue pour être comme naturellement hantée par la négation ? Les agents d’une apocalypse à venir pourraient se pencher sur les écrits de ce contempteur de l’histoire et y puiser les raisons de leur furie. Quel tour ironique d’une Providence maligne, que de révéler à ses énergumènes un évangile de la décomposition, dans les textes de ce maître du désabusement, revenu de tout fanatisme ! Prophète malgré lui ? Mais il n’y a pas d’innocence dans la prophétie : Jonas, dans les entrailles du poisson, n’ y était pas pour rien… [leia mais]

Una escritura, un destino (María Liliana Herrera A.)

Revista Ciências Humanas no. 23, Universidad Tecnológica de Pereira (UTP), Colómbia

Lo que aquí exponemos puede considerarse como una introducción a dos problemáticas que nos plantea la obra cioraniana: la escritura fragmentada y la percepción del tiempo que la articula. Se trata del planteamiento general el cual es propiamente el horizonte en el que el fragmento y sus características y la percepción del tiempo que lo legitima se van dibujando gracias a su mediación.

“La interpretación propiamente dicha consiste en penetrar (al autor) y no subsumirlo. Ella no sabe nada definitivo, sino que, preguntando y respondiendo precede todo aquello que nos conmueve. Con esto la interpretación comienza un proceso de apropiación cuyas condiciones y límites ella fija (…). La interpretación verdadera constituye el medio que posibilita el propio sobrecogimiento”. Jaspers.

Podríamos pensar la obra cioraniana como un mapa equívoco en el que encontramos señales que nos permiten construir rutas nunca seguras y que no llevan a un lugar fijo porque no existe o esta oculto. Un lugar fijo tiene implicaciones de seguridad, firmeza, raíces, futuro, en resumen, la aceptación irrestrica de un orden en un mundo. Más bien podríamos pensar en lugares de paso que pueden direccionar o hacer posible una interpretación. Esto supone ya un movimiento del texto cuya regulación se encuentra en una experiencia límite que más tarde nombraremos. Y como las características más inmediatas de la obra de Cioran son la ambigüedad, la asistematicidad, la paradoja y la fragmentación, debemos hacer surgir de ella misma los rasgos que nos permiten interpretarla, rasgos que no podemos considerar en principio como temas de exposición, pues estrictamente hablando no hay temas en dicha obra sino fragmentos de ellos, fulguraciones que señalan hacia un terrreno desconocido y originario y cuya presencia habrá que hacer surgir. ¿Cuál es el modo y de qué disponemos para mostrar esa presencia? Queremos penetrar indirectamente y paso a paso un plexo que a pesar de estar constituido por una escritura fragmentada, parece una totalidad(1) , y esto es decir también un destino. Y es penetración indirecta porque el primer equívoco que aparece es la inmediatez de las afirmaciones y negaciones que encantan por su ironía(2)  y por su excelencia literaria, pero que consideradas con cierto detenimiento no se agotan en sí mismas. En este plexo equívoco, no obstante, podemos escuchar las señales que parecen dichas al azar, que parecen notas marginales que, aunque no haya habido intencionalidad en ello por parte del autor, podemos reconocer como el horizonte operativo del cual han surgido sin método al parecer.. [leia mais]