Cioran: «Io come Pascal: cerco ragioni per non credere»

Avvenire.it, Mercoledì 27 settembre 2017

ll pensatore romeno confessa in questa lettera la sua lotta col sacro: «Una delle cose che intendo meglio è la preghiera e le ragioni che spingono a essa, la terribile lacerazione da cui deriva»

La lettera inedita che qui segue è estratta dal carteggio tra Emil Cioran e il musicologo e teologo rumeno George Balăn, ora pubblicato dalle edizioni Mimesis in Tra inquietudine e fede. Corrispondenza (1967-1992).

Parigi, 6 dicembre 1967

Caro Signor Balăn,

la ringrazio per la lettera e le riviste. Conoscevo il suo articolo su Bayreuth perché ricevo “Contemporanul”. Se avessi assistito al festival, avrei reagito quasi come lei: è inconcepibile condividere il culto di un “dio” così prolisso e assillante. Credo abbia fatto bene a prendere le distanze. Mi interessa ciò che afferma circa la compatibilità tra la fede e l’inquietudine.

È giusto che rimanga stupito di tutte le mie riflessioni in cui sottolineo la separazione quasi assoluta dei due atteggiamenti. Non dimentichi però che tutta la mia vita è stata una ricerca frenetica, accresciuta dalla paura di trovare. Tale anomalia prorompe soprattutto in ambito religioso. Sono certo di aver cercato Dio, ma sono ancora più certo di aver fatto di tutto per non incontrarlo. Un amico francese un giorno mi ha detto che sono come un Pascal che inventerebbe qualsiasi ragione per non credere. Lei però potrebbe obiettare: «In tali condizioni, perché leggere i mistici e discutere di loro? Perché trattare il problema religioso?».

Potrei darle molte risposte, ma farò riferimento soltanto a una, la principale, almeno per quanto mi riguarda: non dal bisogno di certezza, né da un impulso interiore e neppure dalla curiosità metafisica mi sono imbattuto in Dio; l’origine di tutte le mie grida verso di Lui, come anche di tutto il sarcasmo con cui l’ho glorificato, deve essere ricercata in un sentimento di totale e opprimente solitudine, al termine del quale Dio automaticamente, per così dire, appare. Non sarebbe mai apparso nella mia esistenza se la mia solitudine non fosse stata più grande di me. Ma poiché era al di là delle mie forze, era necessario che vi fosse qualcuno che mi aiutasse a superarla. Ciò non ha niente a che fare con la fede; è il frutto passeggero di uno di questi momenti di cili, quasi insopportabili, il cui segreto ho conosciuto e conosco ancora. Ecco perché una delle cose che intendo meglio, tuttora, è la preghiera – vale a dire le ragioni che spingono verso di essa, la terribile lacerazione dalla quale deriva.

Spesso ho paragonato i miei attacchi di solitudine a quelli che attraversa un assassino dopo l’omicidio. Forse le ho già detto che una delle opere che ho letto maggiormente in gioventù è Macbeth. Interpretata perfettamente, con la necessaria passione e profondità, una tale opera mi condurrebbe letteralmente alla follia; credo che non potrei neanche sopravvivere allo spettacolo… Fortunatamente per me, gli attori non sono degni di tale testo. Ho inviato a M[ircea] E[liade] la locandina rossa, poiché appariva anche lui e il suo nome. Si farà illusioni; bisogna che lo informi del divieto. Avrei dovuto tra l’altro farlo fin dall’inizio, perché era evidente che la cosa non si sarebbe realizzata. Se credessi ancora nella Trasfigurazione… dovrei tornare in patria per vedere cosa hanno fatto con le mie “idee”… Lei sottolinea giustamente, con ironia, la mia situazione; ma tutta la storia non è che questo, e nient’altro. Mi sono illuso scrivendo, non so in quale libro, sulla «santità e il ghigno dell’assoluto». Il termine “ghigno” non è appropriato se non rispetto alle considerazioni storiche ecc. ecc. Sono contento che le cose siano andate bene in occasione del suo viaggio in Transilvania.

Con molta cordialità.

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Intellettuali senza patria: Emil Cioran e Dieter Schlesak. Pubblicato il carteggio

CIORAN, Emil. Un’altra verità: Lettere a Linde Birk e Dieter Schlesak. A cura di Antonio di Gennaro. Trad. de Massimo Carloni e Mattia Luigi Pozzi. Sesto San Giovanni: Mimesis Edizioni, 2016.

Da Vivetta Valacca, Orizzonti Italo-Romeni, febbraio 2017, anno VII

Cioran pubblica la sua opera prima Pe culmile disperării nel 1934. Nel 1934 nasce Dieter Schlesak. La patria comune è la Romania con la sua lingua, con le sue peculiarità, quelle peculiarità che determinano il loro sentire quanto il loro ingegno individuale, la loro specifica indole. A unirli sarà anche l’esilio, la lontananza dalla terra madre, sia pur scelto in modi e tempi differenti e intimamente vissuto in modi diversi. Determinerà il loro incontro Hadulinde Birk, compagna di Dieter Schlesak, che aveva seguito, come redattrice editoriale, traduttrice e responsabile per la letteratura francese e romena della casa editrice S. Fischer di Francoforte, la pubblicazione di alcune opere di Emil Cioran.

Un’identità nazionale sentita e negata

Dal 1969 al 1970 tre brevi lettere di Emil Cioran ad Hadulinde Birk, poi la corrispondenza con Dieter Schlesak. Il breve carteggio, minuziosamente curato da Antonio Di Gennaro – che fortemente ne ha voluto la pubblicazione, portando così un altro tassello decisivo alla conoscenza di Cioran – è stato recentemente pubblicato con il titolo E. Cioran, Un’altra verità (Mimesis 2016). Nella sua prefazione Di Gennaro ricorda che la comprensione di Emile Cioran passa attraverso quello che lui affermava circa il nulla valacco, neantul valah. Questo libro costituisce un utile ponte per passare sopra l’abisso che è per noi il neantul valah capendone qualcosa, perché il carteggio fra Cioran e Schlesak non prescinde mai da quest’identità nazionale sentita e negata, pensata e rifiutata, troncata ma permeante il pensiero e l’opera. Su questo si svolge il dialogo fra i due autori e così, anche se questo non ne costituisce l’intento primo, la pubblicazione di questo carteggio rappresenta un contributo importante per i cultori dell’opera di Dieter Schlesak non meno che per quelli di Emil Cioran… [+]