Cioran, l’orrore e l’estasi della vita: dialogo con Massimo Carloni

Intervista realizzata da Ciprian Vălcan. Orizzonti Culturali Italo-Romeni, n. 7, luglio 2012, anno II.

La figura del grande pensatore romeno, il suo rapporto con la tradizione filosofica e religiosa, come pure la ricezione della sua opera in Italia sono al centro del dialogo tra Ciprian Vălcan e Massimo Carloni, studioso del filosofo di Răşinari. «Di Cioran – rivela Carloni – mi seduce la sincerità con la quale abborda le problematiche della vita. La chiave decisiva per comprendere la sua figura la fornisce lui stesso, riprendendo una formula di Baudelaire: l’orrore e l’estasi della vita, sentiti simultaneamente. Occorre sempre tenere insieme questi due atteggiamenti».

Massimo Carloni, com’è arrivato a conoscere l’opera di Cioran?

Nella prima metà degli anni ’90 m’imbattei in qualche suo aforisma, riportato in un libro sul Pensiero negativo e la nuova destra, dove Cioran era frettolosamente annoverato tra gli scrittori del tramonto, sulla scia di Nietzsche, Spengler, Bataille, ecc. Furono sufficienti due o tre formule, da cui emanava una luce particolare, miracolosa, per decidere di approfondire l’opera di questo scrittore a me sconosciuto, definito magiaro (sic!) in quel saggio. Così, ammaliato dal titolo, scelsi la Tentation d’exister. La vera folgorazione, tuttavia, avvenne quando da Parigi mi portarono in regalo il volume delle Opere edito da Gallimard. Il contatto diretto col suo francese, ad un tempo levigato e dirompente, fu decisivo. Mi commossero poi le foto della sua mansarda. Quest’uomo – mi dissi – non si limita a meditare intorno all’essenziale: lo vive… [+]

“Note sul nulla: un’indagine sul nichilismo nel pensiero di Emil Cioran” (Rodrigo Inácio R. S. Menezes)

Orizzonti Culturali Italo-Romeni, maggio 2017, anno VII

Sem título

Senza Dio tutto è nulla. E Dio? Nulla supremo.
Sillogismi dell’amarezza

Che peccato che il «nulla» sia stato svalutato dall’abuso
che ne hanno fatto filosofi indegni di esso!
Squartamento

«Il bene stesso è un male», affermò Cioran in un’intervista. Il commento, emblematico del suo pensiero metafisico, rivela una delle maggiori ossessioni filosofiche del pensatore: il problema del male. Si tratta di un’affermazione e di una negazione allo stesso tempo: affermazione della positività ontologica del male, negazione del fondamento ultimo del bene. Per i suoi presupposti e implicazioni in termini ontologici e assiologici, quest’affermazione-negazione, assurda in apparenza, solleva un problema che oltrepassa i campi tematici del pessimismo filosofico, invocando la logica non-logica di ciò che, nella storia del pensiero occidentale, risponde al nome di nichilismo. Che cosa significa asserire che il pensiero di Cioran è nichilista?

Ci proponiamo dunque di leggere Cioran sotto il segno del nichilismo. Pur riconoscendo i rischi di questa proposta, soprattutto quello di incorrere, come sospetta Simona Modreanu, in una caricatura post-nietzschiana del nichilista «che ronza di malessere ontologico», siamo dell’avviso che, di là di tutte le possibili controversie, nell’interpretazione filosofica del discorso cioraniano, la chiave ermeneutica del nichilismo, pur non essendo definitiva, appaia tuttavia ineludibile. Illustreremo come, sebbene sia inevitabile parlare di nichilismo per quanto riguarda l’autore romeno, tuttavia, il suddetto concetto non è dirimente nel suo pensiero complesso e paradossale. Nessun concetto è più equivoco di questo. Stando così le cose, che tipo di nichilismo sarebbe quello di Cioran? [+] 

Versão portuguesa: “Notas sobre o nada: a propósito de niilismo em Cioran”

Intellettuali senza patria: Emil Cioran e Dieter Schlesak. Pubblicato il carteggio

CIORAN, Emil. Un’altra verità: Lettere a Linde Birk e Dieter Schlesak. A cura di Antonio di Gennaro. Trad. de Massimo Carloni e Mattia Luigi Pozzi. Sesto San Giovanni: Mimesis Edizioni, 2016.

Da Vivetta Valacca, Orizzonti Italo-Romeni, febbraio 2017, anno VII

Cioran pubblica la sua opera prima Pe culmile disperării nel 1934. Nel 1934 nasce Dieter Schlesak. La patria comune è la Romania con la sua lingua, con le sue peculiarità, quelle peculiarità che determinano il loro sentire quanto il loro ingegno individuale, la loro specifica indole. A unirli sarà anche l’esilio, la lontananza dalla terra madre, sia pur scelto in modi e tempi differenti e intimamente vissuto in modi diversi. Determinerà il loro incontro Hadulinde Birk, compagna di Dieter Schlesak, che aveva seguito, come redattrice editoriale, traduttrice e responsabile per la letteratura francese e romena della casa editrice S. Fischer di Francoforte, la pubblicazione di alcune opere di Emil Cioran.

Un’identità nazionale sentita e negata

Dal 1969 al 1970 tre brevi lettere di Emil Cioran ad Hadulinde Birk, poi la corrispondenza con Dieter Schlesak. Il breve carteggio, minuziosamente curato da Antonio Di Gennaro – che fortemente ne ha voluto la pubblicazione, portando così un altro tassello decisivo alla conoscenza di Cioran – è stato recentemente pubblicato con il titolo E. Cioran, Un’altra verità (Mimesis 2016). Nella sua prefazione Di Gennaro ricorda che la comprensione di Emile Cioran passa attraverso quello che lui affermava circa il nulla valacco, neantul valah. Questo libro costituisce un utile ponte per passare sopra l’abisso che è per noi il neantul valah capendone qualcosa, perché il carteggio fra Cioran e Schlesak non prescinde mai da quest’identità nazionale sentita e negata, pensata e rifiutata, troncata ma permeante il pensiero e l’opera. Su questo si svolge il dialogo fra i due autori e così, anche se questo non ne costituisce l’intento primo, la pubblicazione di questo carteggio rappresenta un contributo importante per i cultori dell’opera di Dieter Schlesak non meno che per quelli di Emil Cioran… [+]

Cioran e la genealogia del demiurgo. Note al «Cahier de Talamanca» [Ita]

Pubblicato su Orizzonti Culturali Italo-Romeni, n. 1, gennaio 2015, anno V

Da Umberto Cardinale

Nel Cahier de Talamanca (Mercure de France, Paris, 2000, ediz. it. Taccuino di Talamanca, Adelphi, Milano, 2011), si legge che, nell’estate del 1966, Cioran progetta un saggio sulla redenzione: «Non mi è ben chiaro quale piega debba prendere il mio saggio sulla redenzione. (Bisogna che legga Mainländer, rilegga E. von Hartmann e mi rituffi negli gnostici)» [1]. Cioran è indeciso: «Al mio ritorno dovrò decidere se scrivere il saggio sul cafard o quello sulla redenzione, due progetti tra i quali tentenno da alcuni mesi» [2]. E ancora : «Quale senso trovare all’idea di redenzione? Tentare di leggere il libro di Philipp Mainländer: Die Philosophie der Erlösung» [3].

Ci sembra opportuno riportare un altro frammento, dove Cioran associa il nome di Basilide all’idea di redenzione – che prenderà poi forma, nel 1969, ne Il funesto demiurgo: «Credo, insieme allo gnostico Basilide, che l’umanità debba rientrare nei suoi limiti naturali facendo ritorno a un’ignoranza universale, autentico segno di redenzione. Bisogna che l’uomo superi la conoscenza, rinunci all’avventura della conoscenza […]» [4]… [+]

 

Cioran terapeutico: ermeneutica psicologica del pensiero negativo [Ita]

Orizonti Culturali Italo-Romeni, n. 9, settembre 2014, anno IV [+]

Recensione di Amelia Natalia Bulboacă

2638_4b01f5f8Una lettura di Emil Cioran scatena sempre nel lettore sensazioni ambivalenti e contraddittorie. Non siamo in grado di capire perché un autore unanimemente (e superficialmente) considerato un pessimista e un nichilista radicale riesca a ispirarci un’euforia e un’esuberanza che sullo spirito hanno l’effetto di un balsamo tonificante. Riscontriamo in Cioran questa violenza, questa passione irriducibile, questa euforia degli Abissi, questa vertigine inebriante. L’ermeneutica delle lacrimeformulata dal pensatore di Răşinari, la contemplazione del mondo attraverso lo scandaglio del Nulla che esso trasmette come una luce intermittente ogni volta che uno spirito coraggioso decide di guardare in lui e in sé l’Abisso, si può tradurre, come in Ruysbroeck, in languore spirituale o nella voluttà dell’eccesso come in Bataille. In Cioran, la conoscenza attraverso le lacrime è la conoscenza eccessiva (l’eccesso dell’Essere che ascende all’Impossibile, all’Irreparabile) e le lacrime sono quelle dell’estasi. Si compie in questo modo la funzione gnoseologica dell’estasi, sulla quale Cioran avrebbe scritto nella sua tesi di dottorato (in psicologia!) che stava progettando di realizzare alla Sorbona, quando nel 1937 arrivò a Parigi come borsista dell’Istituto Francese di Bucarest.

Nel suo ultimo libro, Terapia prin Cioran. ForÅ£a gândirii negative, recentemente uscito presso la casa editrice Trei di Bucarest, Horia Pătraşcu ci fornisce sia una ricostruzione del percorso intrapreso da Cioran nella stesura del suo progetto di dottorato, sia una spiegazione illuminante di questa apparente contraddizione (generalmente liquidata attraverso l’etichetta lapidaria dell’effetto Cioran) che ci istruisce magistralmente sulle fonti della fascinazione dei testi cioraniani. La lettura del libro di Horia Pătraşcu ci sembra una brezza soave e rinvigorente nell’ambito dell’esegesi cioraniana. Il suo merito, tra tanti altri, è quello di demolire i pregiudizi interpretativi di lunga data ai quali i lettori di Cioran sono stati abituati fin d’ora e cioè quelli che dipingevano un Cioran in rotta con la filosofia (non solo con la vita), un Cioran pensatore antisistemico e paradossale… [+]

«Max Stirner», il monologo visionario di Emil Cioran [Ita]

Fonte: Orizzonti Culturali Italo-Romeni, ottobre 2016

Il testo qui proposto fa parte di quei manoscritti (provenienti dall’archivio del fratello di Emil Cioran, Aurel Cioran) che sono saliti alle cronache (per lo meno in Romania e in Francia) anche a causa delle travagliate vicende legate ai diritti di proprietà e alle rocambolesche vendite all’asta. Fortunatamente, questi documenti unici nel loro genere sono attualmente conservati nel fondo della Biblioteca dell’Accademia della Romania di Bucarest – «Manuscrise şi documente personale Emil Cioran» – e sono stati pubblicati parzialmente da Ion Dur, nel suo libro, Hîrtia de turnesol (Sibiu 2000) e in Emil Cioran, Opere, II vol. (Academia Română, FundaÅ£ia NaÅ£ională pentru Ştiinţă și Artă, edizione a cura di Marin Diaconu, Introduzione di Eugen Simion, Bucarest 2012).
Sulla prima pagina del manoscritto, oltre alla firma dell’autore, compare anche la scritta «II anno di Filosofia – Seminario di sociologia». Cioran aveva dunque 18 anni quando scriveva questo riassunto e commento a Der Einzige und sein Eigentum di Max Stirner. .

Gli appunti su Max Stirner Stirner qui tradotti per la prima volta in italiano, ci restituiscono il volto di un giovane studente di filosofia impegnato nella preparazione dei corsi e dei seminari universitari. Non stiamo parlando però di uno studente qualsiasi, bensì di Emil Cioran, il quale, in quel periodo aveva l’abitudine di divorare letteralmente i libri durante le sessioni di lettura indette «ad oltranza» presso la Biblioteca della Fondazione Universitaria Carlo I, a Bucarest. L’amico di sempre, il filosofo romeno Constantin Noica, si ricorderà ancora molto bene a distanza di anni quel viso allucinato che, con immensa difficoltà si staccava dalle pile dei libri, ma solo dopo l’echeggiare del fatidico tintinnio del campanello di chiusura. Infatti, Cioran aveva il suo posto fisso in Biblioteca dove, completamente isolato dall’ambiente circostante, s’immergeva nella lettura esibendo un viso sul quale si era impresso il disgusto – a detta dell’altro suo amico di gioventù, lo scrittore Arșavir Acterian [1]. D’inverno poi, aveva un motivo in più per non abbandonare la Biblioteca la quale, a differenza della sua camera, era ben riscaldata. In quelle sale silenziose Cioran si dedicherà soprattutto all’approfondimento della filosofia tedesca.

In seguito, comparso come una cometa al liceo Andrei Şaguna di Brașov, dove farà parte del corpo docenti durante un unico anno di studi (1936-1937), il professore ventiseienne Emil Cioran, lascerà tuttavia una traccia indelebile nei cuori e nelle menti dei suoi alunni. Un ex studente, Ştefan Baciu, si ricorderà ancora nitidamente il nome di Max Stirner come uno dei filosofi menzionati incessantemente da Cioran durante le sue lezioni – o monologhi visionari, come sarebbe più adeguato definirli – ma anche durante gli indimenticabili Stammtisch presso il caffè Coroana. [2] E molto probabile comunque che Cioran non se ne sia mai completamente separato, nonostante l’addio all’Unico proclamato più tardi.

Amelia Natalia Bulboaca

[1] Titus Lates, «Emil Cioran: lecturi din tinereţe (1926-1947)», in Studii de Istorie a Filosofiei Românești, vol. II, Institutul de Filosofie și Psihologie “Constantin Rădulescu-Motru”, Editura Academiei Române, București 2011, pp. 88-99.
[2] Ştefan Baciu, «Emil Cioran, profesor la Brașov», in Emil Cioran în conștiinţa contemporanilor săi din exil, Criterion publishing, București 2007, p. 16.

Il testo: Emil Cioran: «Max Stirner» (Seminario di Sociologia, 1929-1930)

«Con infinita amicizia». Tre lettere di Emil Cioran a Nicolae Steinhardt

Orizonturiculturale.ro – Pubblichiamo la traduzione in lingua italiana di tre lettere scritte tra il 1980 e il 1983 da Emil Cioran a Nicolae Steinhardt. Le lettere furono rese note nel 2004 dalla rivista «Foaia românească». Sulla biografia e l’opera di Steinhardt, ricordiamo l’articolo Per la strada incantata dell’amore: il «Diario della felicità» di Nicolae Steinhardt uscito di recente sulla nostra rivista.

Parigi, 29 marzo 1980

Mio caro amico,

Ho appena chiuso le sue Incertezze e il modo migliore per parlargliene è indicare i capitoli che mi hanno particolarmente colpito. Sono quelli su: Malraux, Virginia Wolf, Galsworthy, Sade, von Balthasar, Léon Daudet, Wilde, Rilke e Cezanne, Gide, Dostoevskij. La sua imparzialità mi ha sedotto, perché questa è senza dubbio una qualità che a me manca – lo dimostra la scelta operata tra le personalità da Lei dipinte. Dopo averci riflettuto, devo dire che, per quanto mi riguarda, non è questione di preferenza, ma di una nervosità del tutto particolare suscitatami dai nomi che Le ho citato: ho solo voluto cogliere la sua reazione verso di essi. Ora posso dire di conoscerla meglio, la critica è solo una confessione indiretta. Il che non esclude l’obiettività. Avrebbe dovuto liquidare Leon Daudet, le sue insolenze e prese di posizione sono detestabili; Lei ha percepito l’importanza del memorialista e del suo temperamento singolare che gli rendono scusabili gli eccessi. Ogni volta che lo leggo sono rivoltato, indignato e ciononostante, comprensivo. Attualmente Lei è uno tra quei pochissimi spiriti che gli riconoscono quel dono di evocatore davvero eccezionale. Per quanto riguarda Malraux, ho l’impressione che sia stato troppo generoso; molto corretto e rigoroso con Sade; molto severo con Wilde. Infine, non è mia intenzione soppesare i suoi giudizi, ma di ringraziarla per le ore trascorse in sua compagnia. Le confesso che leggendola non sono riuscito a immaginarla per un solo attimo in un convento. Nei Balcani, per di più! Il gusto e la sua formazione intellettuale rivelano quanto Lei appartenga a questo mondo raffinato, seduttore e condannato! Se ho ben capito, questo libro è l’«addio» al suo passato, prima che s’immerga nella preghiera. Per Lei tutto deve ancora iniziare mentre noialtri restiamo ora come non mai incollati alle nostre miserie.

Con viva amicizia,
EMC

Parigi, 2 agosto 1981

Mio caro amico,

Nella sua bellissima lettera Lei prende troppo sul serio le inezie che avevo inserito qua e là sul cristianesimo e, cosa ancora più grave, su Cristo.
In realtà, e Lei lo sa molto bene, sono uno spirito religioso, se la religione presuppone una coscienza indubbia del vuoto di questo mondo. Che importanza può avere tutto il resto giacché so cosa significhi pregare (e, ancora di più, l’incapacità di poterlo fare)? Ma La autorizzo a farlo al posto mio.
Sia indulgente con questo impeto d’orgoglio, in realtà involontario, ma visto che domani parto per l’Engadina, sono sicuro che mi è stato ispirato da lontano dallo stesso spettro di Nietzsche che deve aggirarsi ancora in quei posti.

Creda nella mia viva amicizia,
EMC

Parigi, 10 marzo 1983

Mio caro amico,

Non voglio lasciare senza risposta la Sua bellissima ma troppo umile lettera. Tuttavia, cosa potrei risponderLe? Il Nulla ha inghiottito la mia vita, non sto facendo più niente, ho smesso di scrivere, sono diventato qualcuno di cui si parla sui giornali e sulle riviste, un simulacro di essere umano. La mia unica consolazione è la musica: ascolto Brahms tutti i giorni, sprofondo ancora di più nella malinconia, un sentimento completamente opposto alla salvezza, poiché esercita la sua minaccia proprio su quelli che si credono salvati. Devo ammettere che La ammiro: com’è possibile che Lei non ne sia toccato? Mi chiedo come faccia a sfuggire nella solitudine alla noia monastica, a quella terribile accidia che io avverto nel mondo? Sono stato per lungo tempo, e lo sono tuttora, pervaso dall’andamento devastante di quest’esperienza negativa di cui parlano i libri sull’ascesi. Sono certo che sarei stato un pessimo monaco, un asceta byroniano. Poiché non si può sfuggire a un demone che aleggia proprio in questa solitudine. Se fossi insieme a Lei a Rohia il monastero precipiterebbe sopra di noi oppure diverrei un santo che annullerebbe la sua identità. Forse dovrei provare invidia per la Sua ignoranza del gusto della perdizione?

Con infinita amicizia,
EMC

Traduzione di Amelia Natalia Bulboacă
(n. 6, giugno 2016, anno VI)