Livro: “Cioran, l’antiprofeta. Fisionomia di un fallimento” (Fabio Rodda)

Centro Studi La Runa – Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia

Michele Fabbri

Rodda è un giovane studioso di filosofia laureato all’Università di Bologna, che esordisce brillantemente sulla scena letteraria con questo saggio approfondito e ben documentato.

La prima parte del libro analizza il periodo rumeno della vita di Cioran. Nel 1933, a soli 22 anni, Cioran pubblica Al culmine della disperazione, opera caratterizzata da notevole maturità e da grande sicurezza di stile, che viene subito apprezzata dal mondo intellettuale. Già in questa prima pubblicazione emergono i temi fondamentali del pensiero di Cioran: il nichilismo, l’angoscia, il male di vivere, lo smarrimento esistenziale. Al culmine della disperazione, inoltre, si pone all’attenzione dei lettori per la scelta di un linguaggio non prettamente filosofico, ma decisamente incline al lirismo. In questo periodo giovanile si colloca anche l’esperienza dell’appoggio alla “Legione dell’Arcangelo Michele”, il movimento politico di Codreanu che, col suo nazionalismo mistico e apocalittico, affascinò le menti più brillanti della Romania dell’epoca. Nel 1936 Cioran scrive il saggio di orientamento nazionalista Trasfigurazione della Romania, e collabora a riviste di estrema destra, scrivendo articoli che poi, per tutta la vita, offriranno ai suoi avversari il pretesto per una scontata accusa di “fascismo” che, naturalmente, danneggerà la sua carriera intellettuale. Rodda, che non nasconde la sua simpatia per le democrazie liberali, rivela comunque la capacità di saper cogliere senza pregiudizi le motivazioni che ispirarono le scelte ideologiche di Cioran e di tanti intellettuali vissuti in quei frangenti storici, e analizza in maniera obiettiva alcune affermazioni di consenso che Cioran espresse sui regimi nazionalisti. Cioran, comunque, non aveva velleità di carriera politica, e già alla fine degli anni ’30 si rivela poco interessato alle vicende che coinvolgevano la Romania negli anni tumultuosi del regime di Antonescu. Il filosofo prosegue il suo percorso intellettuale pubblicando nel 1937 Lacrime e Santi, opera importante in cui vengono indagate la dimensione della fede e la condizione della santità, che Cioran definisce come una “scienza esatta”. Cioran, pensatore antidogmatico per definizione, condanna la sistematizzazione della fede nella teologia, ed è affascinato dalla vertigine dell’esperienza mistica, attraverso la quale l’uomo si avvicina a quella dimensione indeterminabile alla quale istintivamente tende e che può toccare nei momenti di rapimento estatico. In questo libro risalta anche il particolare interesse di Cioran per la musica, vista come mezzo privilegiato per avvicinarsi al trascendente.

La seconda parte del libro è dedicata al periodo che si apre col trasferimento di Cioran a Parigi, nel 1937. Il filosofo rumeno decide di scrivere in francese, una lingua che permette alle sue opere una diffusione molto maggiore, e nel 1949 esce il suo capolavoro: Sommario di decomposizione. Questo libro è una sorta di poema in prosa nel quale la condizione umana è vista con spietata lucidità nella sua assoluta mancanza di senso e nella impossibilità di alcun fondamento: l’analisi delle posizioni esistenziali viene spinta a limiti che Leopardi e Schopenauer non avevano osato oltrepassare. Rodda analizza anche i rapporti di Cioran con la cultura dell’epoca, e in particolare con quella della Francia engagée nella quale Sartre era l’intellettuale di riferimento. Naturalmente il pensiero di Cioran, tutto volto all’esplorazione del nichilismo, non poteva essere in sintonia col superficiale ottimismo degli intellettuali progressisti, e mentre Sartre guidava le folle sessantottine nelle piazze di Parigi, Cioran viveva sulla soglia della povertà nella modesta mansarda in cui aveva trovato casa. L’attività intellettuale di Cioran continua con la pubblicazione di altri importanti libri in cui il pensatore continua a ribadire la totale mancanza di senso della vita, arrivando a definire il fallimento come orizzonte ineludibile dell’esperienza umana. Particolarmente interessante è Storia e utopia (1960), in cui vengono presi in esame i due fondamentali atteggiamenti dell’uomo di fronte alla storia: il tempo dell’azione, che è un folle entusiasmo accecato dalla contingenza, e l’utopia, che è illusione fornita dalla storia stessa per uscire da essa. Con straordinaria preveggenza, Cioran delinea in Storia e utopia l’orizzonte demoniaco della globalizzazione, e scrive: «il gregge umano disperso sarà riunito sotto la guardia di un pastore spietato, sorta di mostro planetario dinanzi al quale le nazioni si prostreranno, in uno stato di sgomento vicino all’estasi».

Nel capitolo conclusivo, Rodda rileva come il pensiero di Cioran sia ormai un punto di riferimento essenziale per affrontare un’epoca di grande incertezza che abbisogna di nuove sintesi culturali e ideologiche. Cioran, maestro dell’aporia, che però non ha mai perso il gusto della ricerca e della discussione, elabora un pensiero “incendiario” in grado di mettere in crisi ogni dogma. Rodda riporta alla fine del libro una frase del grande pensatore rumeno che descrive con efficacia il senso di sradicamento che afflige il mondo contemporaneo: «sono un apolide metafisico, un po’ come quegli stoici della fine dell’Impero romano che si sentivano “cittadini del mondo”, il che è come dire che non erano cittadini di nessun luogo».

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Fabio Rodda, Cioran, l’antiprofeta. Fisionomia di un fallimento, Mimesis, Milano, 2006, pp.214, euro 17,00. (IBS) (BOL) (LU)

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