“The Philosophy of Insomnia” (Willis G. Regier)

The Chronicle of Higher Education. The Chronicle Review. April 10, 2011.

Hegel wrote in his Elements of the Philosophy of Right that the owl of Minerva flies only at night. It hoots at insomniacs. I know. I’m one.

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Bruises, red eyes, and research remind me that insomnia breaks down body and soul. Noisy neighbors, crying kids, overwork, bad food, sickness, pain, allergies, and rude visitors drive sleep away. So do naked thoughts and the words they wear: insomnias of insult, dread, worry, remorse, faux pas, frustration, revenge, and raw anxiety. Philosophy, in its immense universals, omits nothing (not even nothing). Thus there have always been tired philosophers of insomnia.

Insomnia has intrigued thinkers since the ancients, an interest that continues today, especially in Europe. What light does philosophy’s exploration of the dark of night shine on insomnia, particularly for that quintessential insomniac, the scholar?

Philosophy is no friend of sleep. In his Laws (circa 350 BC), Plato platonized, “When a man is asleep, he is no better than if he were dead; and he who loves life and wisdom will take no more sleep than is necessary for health.” Clement of Alexandria echoed, “There is no use of a sleeping man, as there is not of a dead man. … But whoever of us is most solicitous for living the true life, and for entertaining noble sentiments, will keep awake for as long time as possible.”

“The need of sleep is not in the soul,” he wrote, “for it is ceaselessly active.” In Beyond Good and Evil (1886), Nietzsche preached that the high goal of good Europeans “is wakefulness itself.”

Aristotle said all animals sleep. In the 20th century, the Romanian philosopher Emil Cioran added in On the Heights of Despair (first published in 1934): “Only humanity has insomnia.” Emmanuel Levinas, author of the erotic and metaphysical Totality and Infinity (1961), imagined philosophy, all of it, to be a call to “infinite responsibility, to an untiring wakefulness, to a total insomnia.” What scholar has not heard that call, sacrificing sleep, straining eyes, and risking health in pursuit of some bit of truth or transcendence?

The first thing you learn about insomnia is that it sees in the dark. The second is that it sees nothing. Nada, nichts, néant. TheFrench philosopher Maurice Blanchot said in The Writing of the Disaster (1980), “In the night, insomnia is discussion, not the work of arguments bumping against other arguments, but the extreme shuddering of no thoughts, percussive stillness.” [+]

“E.M Cioran: To Infinity And Beyond” (Stephen Mitchelmore)

Spike Magazine, November 1, 1997

Stephen Mitchelmore explains why the writing of E.M. Cioran refuses explanation

“Nothing is more irritating than those works which ‘co-ordinate’ the luxuriant products of a mind that has focused on just about everything except a system.”

What is there to know about Emile Cioran? He was born in Romania, in 1911, the son of a Greek Orthodox priest. In adolescence, he lost his childhood in the country and was moved to the city. He also lost his religion. For years he didn’t sleep – until he took up cycling. He passed sleepless nights wandering the dodgy streets of an obscure Romanian city. In 1937 he moved to Paris and wrote, producing what are generally classified as ‘aphorisms’, collected together under such titles as The Temptation To Exist, A Short History Of Decay and The Trouble With Being Born. He knew Samuel Beckett, who eventually lost sympathy with his pessimism. Late in life he gave up writing, not wanting to “slander the universe” anymore, and died a few years later after an encounter with an over-excited dog.
I hope none of this helps… [+]

“É. M. Cioran: la caída en la palabra” (Juan Manuel Tabío)

Rialta Magazine Literaria, México

Quien visite hoy la región de Transilvania tal vez comprobará que la trillada mitología vampírica, ausente en cualquier folklore convincente, se debe exclusivamente a las ficciones góticas y a la industria de Hollywood, pero difícilmente encontrará un panorama radicalmente distinto del que vio nacer, hace ahora cien años, a Émile Cioran: un paisaje de una profundidad abisal (al fondo, los Cárpatos) en el que parecen disolverse ciudades deprimidas, ubicadas en la periferia de Europa, en el limes dacio de la Historia.

Reacio a aceptar otras determinaciones que no fueran las provenientes de la teología o de la biología, receloso del libre albedrío (uno de sus reparos de mayor peso contra el existencialismo sartreano), el apátrida Cioran nunca dejará de reconocer el ascendiente de su suelo natal en la configuración de su personalidad y su pensamiento, y agradecerá al fatum balcánico –o a sus genes– el haberle proporcionado en herencia el áspero ciclo de quiebras que se requiere para forjar una convicción en la inutilidad esencial de los actos: “Fracasar en la vida, esto se olvida con demasiada frecuencia, no es tan fácil: se precisa una larga tradición, un largo entrenamiento, el trabajo de varias generaciones”.

A través de una evocación aparecida en El País y firmada por su amigo, traductor y antologador Fernando Savater, es posible acceder a la imagen de un Cioran domado por la civilidad parisina, respetuoso de las opiniones ajenas –una virtud, reconoce con acierto Savater, no necesariamente más común en los escépticos que en los adictos a un dogma–; de un Cioran risueño que intenta torpemente cocinar unos filetes para convidar a sus huéspedes y que se asombra de su favorable acogida entre la izquierda española de los setenta. Pero también nos pone en guardia, mediante una breve sección del artículo titulada “Los zarpazos del filósofo aullador” en que se reproducen aforismos y se saquean ensayos y entrevistas, contra esa versión en clave New Age que una tenaz divulgación periodística ha terminado por imponer de Cioran –tal vez no del todo inocente de su buena prensa–, y que reduce su pensamiento a un elenco histérico de “jeremiadas de mal agüero” y de panegíricos del suicidio, a un kitsch de autoayuda pesimista (¿más Cioran, menos Prozac?)… [+]

“Cioran e la dottrina Madhyamaka” (Giovanni Prove)

Euro-Synergies, 14 février 2013
Chi era Emil Cioran?
Spesso quando menziono questo scrittore sono molti quelli che subito storcono il naso, considerando il rumeno un semplice filosofo depresso e nichilista.
Errato, classica osservazione di chi ha capito poco della “filosofia” frammentaria di Emil Cioran.
Ciò che ha rappresentato questo grandissimo scrittore non può certamente ridursi alla figura dell’uomo sfortunato che disprezzava la vita in tutte le sue forme.
Ritengo Cioran un personaggio che fu follemente innamorato della vita, e mi vengono in mente delle parole che se lette attentamente dovrebbero già essere una risposta verso coloro i quali non riescono a guardare oltre le apparenze di una copertina triste o di un’ imprecazione in stati di malessere interiore.
“Il Buddha disse: “Che cos’è che si chiama senso primo della Coproduzione condizionata? Perché esiste quello, esiste questo … Condizionate dall’ignoranza compaiono i coefficienti karmici; condizionata dai coefficienti compare la coscienza; condizionati dalla coscienza compaiono nome e forma; condizionati da nome e forma compaiono i sei sensi; condizionati dai sei sensi compare il contatto; condizionata dal contatto compare la sensazione; condizionata dalla sensazione compare la “brama”; condizionata dalla brama compare l’attaccamento; condizionata dall’attaccamento compare l’esistenza; condizionata dall’esistenza compare la nascita; condizionate dalla nascita compaiono vecchiaia e morte, tristezza e sofferenza. È ciò che si chiama il grande aggregato intero dei dolori. È tale ciò che si chiama il senso primo della Coproduzione condizionata”
Spesso Cioran affermava di vivere contro l’evidenza e sottolineava come “la lucidità completa è il nulla…”
Ma cosa intendeva esattamente con questo nulla?
Concretamente la stessa identica assenza di cui parlano i mistici, con la differenza che lui raggiunto questo tipo di consapevolezza si fece venire emicranie lancinanti che si trascinò dietro per tutta la vita.
Non si può non notare (e non solamente in Cioran, ma in molteplici scrittori occidentali) come il concetto di “vuoto” sia percepito spesso in maniera totalmente differente tra occidente ed oriente.
Leggendo attentamente i Quaderni personali del rumeno, ho notato come lo stesso Cioran si rese conto di ciò nel momento in cui si accostò alla dottrina dello Śūnyatā.
Egli notò che anzichè una sensazione di mancanza come lui aveva sempre percepito, essi trovavano un senso di pienezza attraverso l’assenza.
Consideravano la vacuità uno strumento di salvezza, una via, una guarigione che toglieva qualsiasi proprietà all’essere.
Ciò che sin da giovanissimo (nella scrittura di Al Culmine Della Disperazione era poco più che vent’enne) fu per lui causa di vertigine e negatività lancinante, fu invece dall’altra parte del pianeta una sorta di avvio alla liberazione.
Citava frequentemente la scuola tardo buddista del Madhyamaka per la liberazione della mente e del cuore e stendeva elogi per Nagarjuna che a suo dire annientava ad uno ad uno tutti i filosofi esistenti creando una sorta di luce, di illuminazione.
Egli dedicò l’intera esistenza alla frantumazione dell’Io e lo fece attraverso l’atto dello scrivere, provò a liberarsi di ogni vincolo, a distaccarsi definitivamente da tutto per trionfare sul mondo e la tematica della trascendenza attraversò per intero tutte le sue opere.
Tra estenuanti privazioni, tra miseria e Dio alla ricerca dell’insondabile dissolutezza umana, egli raggiunse a modo suo un’ estasi al margine degli atti, senza riuscire però mai a liberarsi completamente dell’ego, rendendosi conto allo stesso tempo che egli da occidentale, tale forma di pensiero estremista, tale estasi vuota e senza contenuto, l’aveva chiamata erroneamente nichilismo.
Snobbato da tutti gli ambienti accademici (per fortuna), Cioran fu uno dei più grandi svisceratori occidentali dell’io umano.
“Non siamo realmente noi stessi, se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, neppure con la nostra singolarità”.

“A morte: um ‘saber sem conhecimentos’? Para uma reflexão conjunta sobre a melancolia e a morte”(Emilia Leitão e Cristiana Vasconcelos Rodrigues)

Publicado em Discursos. Série: Estudos Anglo-Americanos, dezembro de 2005

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“Cioran ou la maladie de l’éternité” (Pierre Nepveu)

Pierre Nepveu “Cioran ou la maladie de l’éternité .” Études françaises 371 (2001), “La construction de l’éternité”: 11–21. DOI : 10.7202/008838ar [Pdf]

« Éternité: je me demande comment, sans en perdre la raison, j’ai pu articuler tant de fois ce mot. » Un homme revenu de tout, qui a presque atteint l’âge de 70 ans, se retourne étonné sur son passé et constate le pouvoir extrême qu’a eu sur lui un terme à la fois simple et grandiose, un concept fait pour les religieux, les saints, les mystiques, une notion sans contours qui, comme d’autres qui fraternisent avec elle, absolu, infini, immortalité, paraît propice aux pensées vagues et exaltées, aux fuites vers le pur silence de la contemplation. Éternité: pas même une phrase mais simplement un mot, une pure exclamation, comme dans la bouche enfantine de sainte Thérèse d’Avila qui « à six ans lisait des vies de martyrs en criant : “Éternité ! éternité !” » (O, 289).

Inséparable d’une profonde imprégnation dans la souffrance et d’une imminence de la déraison, la notion d’éternité paraît ainsi liée chez Cioran à une épreuve des mots, plus précisément à une expérience limite de la langue, là où celle-ci atteint une sorte de paroxysme de la précarité, là où, par trop d’intensité, elle risque de sombrer dans le nonsens. La forme de l’aphorisme, expression privilégiée du « classicisme »
de Cioran et de son moralisme pervers, aura toujours été inséparable chez lui de cette expérience panique de la langue : « Ne cultivent l’aphorisme que ceux qui ont connu la peur au milieu des mots, cette peur de crouler avec tous les mots» (O, 747). Malgré la tournure impersonnelle, on peut être sûr que l’homme qui énonce cette pensée a vécu le plus intensément possible cette peur, la proximité effrayante d’une catastrophe sémantique, d’une gigantesque et fatale déroute du langage… [+]

“Um grito de desespero: diálogo para uma filosofia da morte em Ivan Junqueira e Emil Cioran” (Rodrigo Michell dos Santos Araújo)

Estação Literária, Londrina, Volume 9, p. 81-94, jun. 2012
ISSN 1983-1048 – http://www.uel.br/pos/letras/EL

Resumo: Este artigo pretende estabelecer uma aproximação entre o pessimismo filosófico de Emil Cioran e a obra A sagração dos ossos (1994), de Ivan Junqueira. Busca-se investigar na obra do poeta um espaço propício para uma filosofia da morte e do morrer a partir da experiência de vida como agonia prolongada, que atravessa o pensamento do filósofo romeno. Neste sentido, à luz de uma filosofia pessimista é possível tomar a poesia de Ivan Junqueira como uma celebração e caminhar para a morte.
Palavras-chave: Morte; Desespero; Poesia; Filosofia.

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