“Conversations with Shestov” (Benjamin Fondane)

Full version of “Entretiens avec Leon Chestov” from Rencontres avec Leon Chestov
Edited and annotated by Nathalie Baranoff and Michel Carassou, Paris, Plasma, 1982

I first met Shestov in the spring of 1924 at Jules de Gaultier’s home. Two years earlier I published, in Romanian, six chronicles dealing with his latest work translated into Romanian – “Revelations of Death”. I had no idea whether he was dead or alive, whether he was from this century or the past century. I never imagined him in any context, except maybe in Russia. And now suddenly I had in front of me this tall lanky old man, in that old-fashioned drawing room at de Gaultier’s.

I was truly moved and expressed as much, I think.

I let de Gaultier and Shestov talk and all I remember is that de Gaultier had trouble understanding Shestov’s French pronunciation (which he later improved) and that Shestov had difficulty understanding de Gaultier’s metaphysics. I had no problem with either and so I translated for de Gaultier what Shestov was saying, and explained to Shestov what de Gaultier was trying to convey.

I think Shestov was impressed with my sharpness and also with that spark of enthusiasm and combative spirit that I brought to the discussion. We left together.

For he first time in my life I felt intimidated. His daughter Tatiana took down my address and it was decided that I will be invited at the first opportunity.

From 1924 to 1929 I could locate only one note from Shestov among my papers… [+]

Anúncios

Cioran: «Io come Pascal: cerco ragioni per non credere»

Avvenire.it, Mercoledì 27 settembre 2017

ll pensatore romeno confessa in questa lettera la sua lotta col sacro: «Una delle cose che intendo meglio è la preghiera e le ragioni che spingono a essa, la terribile lacerazione da cui deriva»

La lettera inedita che qui segue è estratta dal carteggio tra Emil Cioran e il musicologo e teologo rumeno George Balăn, ora pubblicato dalle edizioni Mimesis in Tra inquietudine e fede. Corrispondenza (1967-1992).

Parigi, 6 dicembre 1967

Caro Signor Balăn,

la ringrazio per la lettera e le riviste. Conoscevo il suo articolo su Bayreuth perché ricevo “Contemporanul”. Se avessi assistito al festival, avrei reagito quasi come lei: è inconcepibile condividere il culto di un “dio” così prolisso e assillante. Credo abbia fatto bene a prendere le distanze. Mi interessa ciò che afferma circa la compatibilità tra la fede e l’inquietudine.

È giusto che rimanga stupito di tutte le mie riflessioni in cui sottolineo la separazione quasi assoluta dei due atteggiamenti. Non dimentichi però che tutta la mia vita è stata una ricerca frenetica, accresciuta dalla paura di trovare. Tale anomalia prorompe soprattutto in ambito religioso. Sono certo di aver cercato Dio, ma sono ancora più certo di aver fatto di tutto per non incontrarlo. Un amico francese un giorno mi ha detto che sono come un Pascal che inventerebbe qualsiasi ragione per non credere. Lei però potrebbe obiettare: «In tali condizioni, perché leggere i mistici e discutere di loro? Perché trattare il problema religioso?».

Potrei darle molte risposte, ma farò riferimento soltanto a una, la principale, almeno per quanto mi riguarda: non dal bisogno di certezza, né da un impulso interiore e neppure dalla curiosità metafisica mi sono imbattuto in Dio; l’origine di tutte le mie grida verso di Lui, come anche di tutto il sarcasmo con cui l’ho glorificato, deve essere ricercata in un sentimento di totale e opprimente solitudine, al termine del quale Dio automaticamente, per così dire, appare. Non sarebbe mai apparso nella mia esistenza se la mia solitudine non fosse stata più grande di me. Ma poiché era al di là delle mie forze, era necessario che vi fosse qualcuno che mi aiutasse a superarla. Ciò non ha niente a che fare con la fede; è il frutto passeggero di uno di questi momenti di cili, quasi insopportabili, il cui segreto ho conosciuto e conosco ancora. Ecco perché una delle cose che intendo meglio, tuttora, è la preghiera – vale a dire le ragioni che spingono verso di essa, la terribile lacerazione dalla quale deriva.

Spesso ho paragonato i miei attacchi di solitudine a quelli che attraversa un assassino dopo l’omicidio. Forse le ho già detto che una delle opere che ho letto maggiormente in gioventù è Macbeth. Interpretata perfettamente, con la necessaria passione e profondità, una tale opera mi condurrebbe letteralmente alla follia; credo che non potrei neanche sopravvivere allo spettacolo… Fortunatamente per me, gli attori non sono degni di tale testo. Ho inviato a M[ircea] E[liade] la locandina rossa, poiché appariva anche lui e il suo nome. Si farà illusioni; bisogna che lo informi del divieto. Avrei dovuto tra l’altro farlo fin dall’inizio, perché era evidente che la cosa non si sarebbe realizzata. Se credessi ancora nella Trasfigurazione… dovrei tornare in patria per vedere cosa hanno fatto con le mie “idee”… Lei sottolinea giustamente, con ironia, la mia situazione; ma tutta la storia non è che questo, e nient’altro. Mi sono illuso scrivendo, non so in quale libro, sulla «santità e il ghigno dell’assoluto». Il termine “ghigno” non è appropriato se non rispetto alle considerazioni storiche ecc. ecc. Sono contento che le cose siano andate bene in occasione del suo viaggio in Transilvania.

Con molta cordialità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrisorile lui Cioran către Țuțea [Ro]

INEDIT. Emil Cioran îi recunoaşte genialitatea lui Petre Ţuţea într-o serie de scrisori către acesta descoperite în Arhiva CNSAS

În mai multe scrisori trimise de Emil Cioran lui Petre Å¢uÅ£ea, confiscate şi păstrate de Securitate în dosarul filosofului creştin-ortodox răsplătit cu 13 ani de detenÅ£ie, “scepticul de serviciu al unei lumi în declin” îi recunoaşte, încă de la finele anilor ’30, genialitatea marelui său prieten. Materialele au fost obÅ£inute din dosarele CNSAS de către cercetătorul Eleodorus Enăchescu, prieten al Mănăstirii Petru Vodă, pe site-ul căreia acesta a publicat deja o parte din documentele istorice de mai jos, oferite cu generozitate şi portalului MĂRTURISTORII, împreună cu alte două scrisori, cu totul inedite… [+]

 

Lettres inédites de Cioran à son frère Aurel

Par Rodica Brad, Assoc. Prof., PhD, ”Lucian Blaga” University of Sibiu

Abstract: Aurel Cioran gave Cioran’s letters to his family, to himself and to his lifetime friends, as it is well-known. By searching that archive in its electronic format (DVD), I discovered that one of the letters written by Emil Cioran to Aurel after 1980 haven’t been inventoried or published until now. By focusing on this aspect, I discovered that a new document is about to be published, which unites all that archive. Before this event actually takes place, I think it is interesting to present the 1980 letters, whose interest is focused on the moral support that Cioran aims to offer from distance to his brother, who was at the time prey of a severe depression, which finally lead to his hospitalization in a psychiatric institution. Even if the themes of the letters aren’t new (oldness, disease, melancholy, nostalgia of Rășinari and of Sibiu etc.), it’s the brother’s and family devotement which is absolutely impressive, but also the humaneness of Cioran and his wish to comfort and encourage his suffering brother.

Keywords : Cioran, Aurel, letters, melancholy, nostalgia, depression, devotement.

[Pdf]

Lettres de E.M. Cioran à Jean-Paul Jacobs

Centre National de Littérature – Lëtzebuerger Literaturarchiv

Émil Michel Cioran, philosophe, aphoriste et essayiste de renom mondial, est né en 1911 en Transylvanie (Roumanie), territoire faisant partie à cette époque de l’Empire des Habsbourg. Il décède en 1995 à Paris et repose au cimetière de Montparnasse, à côté d’un nombre important d’intellectuels et d’artistes roumains, tels le dramaturge Eugène Ionesco, le poète Tristan Tzara, le sculpteur Constantin Brancusi et le photographe Brassaï, qui, au début du XXe siècle, se sont tous établis dans la capitale française afin d’y exercer leur art.

En 1937, Cioran débarque à Paris pour y rester toute sa vie et ne plus jamais revenir dans sa patrie. Dans ce contexte, il est intéressant de noter que dès 1946, le régime communiste l’interdit de séjour et met ses livres à l’index à cause de leur critique virulente envers son pays natal. Après la Deuxième Guerre mondiale, il écrit et publie presqu’exclusivement en langue française et souligne par le biais de ce nouveau registre linguistique la rupture radicale avec son passé. Egalement à retenir le fait que, jusqu’au début de la guerre, on lui reproche d’avoir sympathisé avec l’idéologie du mouvement fasciste roumain et d’avoir été un admirateur du régime national-socialiste allemand. Cioran ne reniera jamais ces faits et s’en excusera.

La relation entre Cioran et Jean-Paul Jacobs (*1941, Esch/Alzette), auteur luxembourgeois qui publie depuis les années 1960 en allemand et en français et que Günther Grass nomme ‚einen der wilden jungen Dichter aus Luxemburg‘, se développe par l’intermédiaire de Maxime Nemo, le président de la société française Jean-Jacques Rousseau, et remonte à 1965. Nemo et Jacobs font connaissance, à leur tour, lors des Journées littéraires de Mondorf… [+]

“Fe y escepticismo. La correspondencia entre E.M. Cioran & M.D. Molinié” (Sergio García Guillem)

Texto publicado en La Torre del Virrey – Revista de Estudios Culturales, serie 10, nº 361, 2012/1

“[…] ¿No han tenido nunca esta sensación, después de un gran susto o en un momento muy terrible, cuando el entendimiento conserva aún toda su lucidez, pero ha perdido ya todo su poder?”

F.M. DOSTOIEVSKI, El idiota.

“On est croyant ou on ne l’est pas, comme on est fou ou normal. Je ne peux croire ni désirer croire : la foi, forme de délire à quoi je ne suis point sujet… ”

EMIL CIORAN, Précis de décomposition.

En una conversación con Léo Gillet, Cioran, a propósito de sus influencias literarias, comenta lo siguiente: “[…] Dostoyevski fue hasta el límite de la razón, hasta el vértigo último. Fue hasta el hundimiento, mediante ese salto a lo divino, al éxtasis […]”. Ese mismo éxtasis lúcido, después de un gran susto o situación terrible, o propiamente tediosa, por calificarla con una de las máximas preocupaciones de la prosa cioraniana, de la que ya rindió cuentas Dostoievski con algunos de sus personajes más célebres: los escépticos, enfermos y atormentados Iván Karamázov, Nikolai Stavrogin, el príncipe Mishkin o el joven Ippolit, representación antropomórfica este último del suicidio en El idiota, es el mismo que acosa perpetuamente, entre comicidad, amargura, ironía y un ácido escepticismo, el pensamiento de Emil Cioran. Sus reflexiones arrancan de la carcoma del tiempo y del estatismo monolítico los ecos del pesimismo, el nihilismo (“obsesión de la nada o del vacío, más bien”, como él mismo dirá en una de sus entrevistas) la melancolía y ese tedio de lo propiamente humano, del cual ya hemos comprobado que adopta en muchas ocasiones ese vacío enfermizo y corrosivo del espíritu del “subsuelo” dostoievskiano. Un intento de sistematizar o inculcar orden en su pensamiento, acción que anularía la intrínseca destrucción poética, por decirlo con Molinié, de su lenguaje, es una tarea que, de antemano, debemos abocarla al fracaso, a pesar de ser esta extraña mezcla de caos y revelación lo que otorga una curiosa riqueza intelectual a todo su legado. ¿Resulta pues lícito, a partir de estas indicaciones introductorias, el intento de rescate de parte de una correspondencia, no publicada en vida del autor, que nos permita profundizar más en la reflexión –y profunda crisis– religiosa del joven Cioran? En esta ocasión, vamos a intentar rendir cuenta de cómo parte del epistolario de juventud, excluyendo algunas de sus conversaciones con otros literatos, pensadores y periodistas, no se encuentra totalmente disponible para los estudios cioranianos. Y, más concretamente, y gracias al descubrimiento de un intercambio epistolar, centraremos la atención en la relación epistolar que mantiene Cioran con el teólogo dominico Marie-Dominique Molinié desde 1944 hasta, aproximadamente, 1947. Aquí reside la problemática y el difícil acceso a la cuestión, por lo que antes de comenzar a rendir cuenta de dicha correspondencia serán oportunas unas notas históricas y biográficas complementarias… [+]

Sobre Valéry: carta de Cioran a M. Barrett

Paul ValéryAo final de 1967, a fundação americana Bollingen, tendo decidido publicar uma edição inglesa das obras de Valéry, encarrega Jackson Matthews, tradutor de Monsieur Teste, de estabelecer sua versão definitiva. Este último pede então a Cioran um prefácio ao volume dedicado a Poe e a outros comentários literários. Esse prefácio, que, remodelado, tornar-se-ia “Valéry diante de seus ídolos” (em Exercícios de admiração), será recusado por Jackson Matthews, pois, aparentemente, muito embora o motivo da recusa não tenha sido dado, era muito crítico.  Bastante encolerizado, Cioran redige então uma carta destinada a M. Barrett, o diretor da fundação, para explicar suas razões. Reproduzimos aqui esse texto inédito. (Patrice Bollon)*

.:.

E. M. Cioran

Rue de l’Odéon, Paris, 6e

Paris, 20 de março de 1968

Caro senhor Barrett,

Creio ser o meu dever o lhe dar algumas explicações a propósito do meu prefácio. Jackson me havia dito, em Paris, que queria alguma coisa pessoal que suscitasse reações, lhe respondi que era assim que eu o imaginava e que meu prefácio seria tudo menos neutro. Ele não o é, e chega a ser inclusive bastante duro em alguns momentos, maldoso, eu o reconheço, e eis por quê: eu pratiquei Valéry bastante outrora, e com uma admiração fervente; essa admiração foi pouco a pouco diminuindo durante esses dois últimos meses em que eu o reli. Eu não lhe esconderei que encontrei nele bastante pretensão, bastante saber duvidoso, incompetência e pose: um frasista com gênio e nada mais, assim me pareceu. Eu pensava que não era necessário dizê-lo a você e que, por amizade a Jackson, eu deveria poupá-lo – numa palavra, mentir. E então, deixei-me levar e, por fim, a verdade triunfou sobre a amizade. Devo acrescentar também que, normalmente, eu teria escrito um texto bem menos severo; mas o infortúnio quis que eu relesse Valéry após ter sofrido por algum tempo uma feliz intoxicação pela filosofia hindu.

Seria igualmente deselegante da minha parte enumerar os motivos que levaram Jackson a recusar meu prefácio. Em todo caso, teria sido o seu dever exigir que eu adocicasse algumas partes, que eu fizesse algumas retificações; eu teria consentido, mas por nada neste mundo eu teria mudado o fundo. Ou então teria havido outra solução: solicitar um contra-prefácio, de modo a suscitar uma discussão e despertar o interesse…

Mas não pretendo me perder em recriminações. É perfeitamente natural que eu seja sacrificado já que eu ousei denunciar um falso deus.

Creia, Monsieur Barrett, em meus muito fieis afetos,

CIORAN

* Carta publicada na revista francesa Magazine Littéraire nº 327 (dossiê “Cioran – aristocrate du doute”), em dezembro de 1994. Tradução do francês: Rodrigo Menezes (03/08/2013)