Scrisorile lui Cioran către Țuțea [Ro]

INEDIT. Emil Cioran îi recunoaşte genialitatea lui Petre Ţuţea într-o serie de scrisori către acesta descoperite în Arhiva CNSAS

În mai multe scrisori trimise de Emil Cioran lui Petre Ţuţea, confiscate şi păstrate de Securitate în dosarul filosofului creştin-ortodox răsplătit cu 13 ani de detenţie, “scepticul de serviciu al unei lumi în declin” îi recunoaşte, încă de la finele anilor ’30, genialitatea marelui său prieten. Materialele au fost obţinute din dosarele CNSAS de către cercetătorul Eleodorus Enăchescu, prieten al Mănăstirii Petru Vodă, pe site-ul căreia acesta a publicat deja o parte din documentele istorice de mai jos, oferite cu generozitate şi portalului MĂRTURISTORII, împreună cu alte două scrisori, cu totul inedite… [+]

 

Lettres inédites de Cioran à son frère Aurel

Par Rodica Brad, Assoc. Prof., PhD, ”Lucian Blaga” University of Sibiu

Abstract: Aurel Cioran gave Cioran’s letters to his family, to himself and to his lifetime friends, as it is well-known. By searching that archive in its electronic format (DVD), I discovered that one of the letters written by Emil Cioran to Aurel after 1980 haven’t been inventoried or published until now. By focusing on this aspect, I discovered that a new document is about to be published, which unites all that archive. Before this event actually takes place, I think it is interesting to present the 1980 letters, whose interest is focused on the moral support that Cioran aims to offer from distance to his brother, who was at the time prey of a severe depression, which finally lead to his hospitalization in a psychiatric institution. Even if the themes of the letters aren’t new (oldness, disease, melancholy, nostalgia of Rășinari and of Sibiu etc.), it’s the brother’s and family devotement which is absolutely impressive, but also the humaneness of Cioran and his wish to comfort and encourage his suffering brother.

Keywords : Cioran, Aurel, letters, melancholy, nostalgia, depression, devotement.

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Lettres de E.M. Cioran à Jean-Paul Jacobs

Centre National de Littérature – Lëtzebuerger Literaturarchiv

Émil Michel Cioran, philosophe, aphoriste et essayiste de renom mondial, est né en 1911 en Transylvanie (Roumanie), territoire faisant partie à cette époque de l’Empire des Habsbourg. Il décède en 1995 à Paris et repose au cimetière de Montparnasse, à côté d’un nombre important d’intellectuels et d’artistes roumains, tels le dramaturge Eugène Ionesco, le poète Tristan Tzara, le sculpteur Constantin Brancusi et le photographe Brassaï, qui, au début du XXe siècle, se sont tous établis dans la capitale française afin d’y exercer leur art.

En 1937, Cioran débarque à Paris pour y rester toute sa vie et ne plus jamais revenir dans sa patrie. Dans ce contexte, il est intéressant de noter que dès 1946, le régime communiste l’interdit de séjour et met ses livres à l’index à cause de leur critique virulente envers son pays natal. Après la Deuxième Guerre mondiale, il écrit et publie presqu’exclusivement en langue française et souligne par le biais de ce nouveau registre linguistique la rupture radicale avec son passé. Egalement à retenir le fait que, jusqu’au début de la guerre, on lui reproche d’avoir sympathisé avec l’idéologie du mouvement fasciste roumain et d’avoir été un admirateur du régime national-socialiste allemand. Cioran ne reniera jamais ces faits et s’en excusera.

La relation entre Cioran et Jean-Paul Jacobs (*1941, Esch/Alzette), auteur luxembourgeois qui publie depuis les années 1960 en allemand et en français et que Günther Grass nomme ‚einen der wilden jungen Dichter aus Luxemburg‘, se développe par l’intermédiaire de Maxime Nemo, le président de la société française Jean-Jacques Rousseau, et remonte à 1965. Nemo et Jacobs font connaissance, à leur tour, lors des Journées littéraires de Mondorf… [+]

«Con infinita amicizia». Tre lettere di Emil Cioran a Nicolae Steinhardt

Orizonturiculturale.ro – Pubblichiamo la traduzione in lingua italiana di tre lettere scritte tra il 1980 e il 1983 da Emil Cioran a Nicolae Steinhardt. Le lettere furono rese note nel 2004 dalla rivista «Foaia românească». Sulla biografia e l’opera di Steinhardt, ricordiamo l’articolo Per la strada incantata dell’amore: il «Diario della felicità» di Nicolae Steinhardt uscito di recente sulla nostra rivista.

Parigi, 29 marzo 1980

Mio caro amico,

Ho appena chiuso le sue Incertezze e il modo migliore per parlargliene è indicare i capitoli che mi hanno particolarmente colpito. Sono quelli su: Malraux, Virginia Wolf, Galsworthy, Sade, von Balthasar, Léon Daudet, Wilde, Rilke e Cezanne, Gide, Dostoevskij. La sua imparzialità mi ha sedotto, perché questa è senza dubbio una qualità che a me manca – lo dimostra la scelta operata tra le personalità da Lei dipinte. Dopo averci riflettuto, devo dire che, per quanto mi riguarda, non è questione di preferenza, ma di una nervosità del tutto particolare suscitatami dai nomi che Le ho citato: ho solo voluto cogliere la sua reazione verso di essi. Ora posso dire di conoscerla meglio, la critica è solo una confessione indiretta. Il che non esclude l’obiettività. Avrebbe dovuto liquidare Leon Daudet, le sue insolenze e prese di posizione sono detestabili; Lei ha percepito l’importanza del memorialista e del suo temperamento singolare che gli rendono scusabili gli eccessi. Ogni volta che lo leggo sono rivoltato, indignato e ciononostante, comprensivo. Attualmente Lei è uno tra quei pochissimi spiriti che gli riconoscono quel dono di evocatore davvero eccezionale. Per quanto riguarda Malraux, ho l’impressione che sia stato troppo generoso; molto corretto e rigoroso con Sade; molto severo con Wilde. Infine, non è mia intenzione soppesare i suoi giudizi, ma di ringraziarla per le ore trascorse in sua compagnia. Le confesso che leggendola non sono riuscito a immaginarla per un solo attimo in un convento. Nei Balcani, per di più! Il gusto e la sua formazione intellettuale rivelano quanto Lei appartenga a questo mondo raffinato, seduttore e condannato! Se ho ben capito, questo libro è l’«addio» al suo passato, prima che s’immerga nella preghiera. Per Lei tutto deve ancora iniziare mentre noialtri restiamo ora come non mai incollati alle nostre miserie.

Con viva amicizia,
EMC

Parigi, 2 agosto 1981

Mio caro amico,

Nella sua bellissima lettera Lei prende troppo sul serio le inezie che avevo inserito qua e là sul cristianesimo e, cosa ancora più grave, su Cristo.
In realtà, e Lei lo sa molto bene, sono uno spirito religioso, se la religione presuppone una coscienza indubbia del vuoto di questo mondo. Che importanza può avere tutto il resto giacché so cosa significhi pregare (e, ancora di più, l’incapacità di poterlo fare)? Ma La autorizzo a farlo al posto mio.
Sia indulgente con questo impeto d’orgoglio, in realtà involontario, ma visto che domani parto per l’Engadina, sono sicuro che mi è stato ispirato da lontano dallo stesso spettro di Nietzsche che deve aggirarsi ancora in quei posti.

Creda nella mia viva amicizia,
EMC

Parigi, 10 marzo 1983

Mio caro amico,

Non voglio lasciare senza risposta la Sua bellissima ma troppo umile lettera. Tuttavia, cosa potrei risponderLe? Il Nulla ha inghiottito la mia vita, non sto facendo più niente, ho smesso di scrivere, sono diventato qualcuno di cui si parla sui giornali e sulle riviste, un simulacro di essere umano. La mia unica consolazione è la musica: ascolto Brahms tutti i giorni, sprofondo ancora di più nella malinconia, un sentimento completamente opposto alla salvezza, poiché esercita la sua minaccia proprio su quelli che si credono salvati. Devo ammettere che La ammiro: com’è possibile che Lei non ne sia toccato? Mi chiedo come faccia a sfuggire nella solitudine alla noia monastica, a quella terribile accidia che io avverto nel mondo? Sono stato per lungo tempo, e lo sono tuttora, pervaso dall’andamento devastante di quest’esperienza negativa di cui parlano i libri sull’ascesi. Sono certo che sarei stato un pessimo monaco, un asceta byroniano. Poiché non si può sfuggire a un demone che aleggia proprio in questa solitudine. Se fossi insieme a Lei a Rohia il monastero precipiterebbe sopra di noi oppure diverrei un santo che annullerebbe la sua identità. Forse dovrei provare invidia per la Sua ignoranza del gusto della perdizione?

Con infinita amicizia,
EMC

Traduzione di Amelia Natalia Bulboacă
(n. 6, giugno 2016, anno VI)

“Fe y escepticismo. La correspondencia entre E.M. Cioran & M.D. Molinié” (Sergio García Guillem)

Texto publicado en La Torre del Virrey – Revista de Estudios Culturales, serie 10, nº 361, 2012/1

“[…] ¿No han tenido nunca esta sensación, después de un gran susto o en un momento muy terrible, cuando el entendimiento conserva aún toda su lucidez, pero ha perdido ya todo su poder?”

F.M. DOSTOIEVSKI, El idiota.

“On est croyant ou on ne l’est pas, comme on est fou ou normal. Je ne peux croire ni désirer croire : la foi, forme de délire à quoi je ne suis point sujet… ”

EMIL CIORAN, Précis de décomposition.

En una conversación con Léo Gillet, Cioran, a propósito de sus influencias literarias, comenta lo siguiente: “[…] Dostoyevski fue hasta el límite de la razón, hasta el vértigo último. Fue hasta el hundimiento, mediante ese salto a lo divino, al éxtasis […]”. Ese mismo éxtasis lúcido, después de un gran susto o situación terrible, o propiamente tediosa, por calificarla con una de las máximas preocupaciones de la prosa cioraniana, de la que ya rindió cuentas Dostoievski con algunos de sus personajes más célebres: los escépticos, enfermos y atormentados Iván Karamázov, Nikolai Stavrogin, el príncipe Mishkin o el joven Ippolit, representación antropomórfica este último del suicidio en El idiota, es el mismo que acosa perpetuamente, entre comicidad, amargura, ironía y un ácido escepticismo, el pensamiento de Emil Cioran. Sus reflexiones arrancan de la carcoma del tiempo y del estatismo monolítico los ecos del pesimismo, el nihilismo (“obsesión de la nada o del vacío, más bien”, como él mismo dirá en una de sus entrevistas) la melancolía y ese tedio de lo propiamente humano, del cual ya hemos comprobado que adopta en muchas ocasiones ese vacío enfermizo y corrosivo del espíritu del “subsuelo” dostoievskiano. Un intento de sistematizar o inculcar orden en su pensamiento, acción que anularía la intrínseca destrucción poética, por decirlo con Molinié, de su lenguaje, es una tarea que, de antemano, debemos abocarla al fracaso, a pesar de ser esta extraña mezcla de caos y revelación lo que otorga una curiosa riqueza intelectual a todo su legado. ¿Resulta pues lícito, a partir de estas indicaciones introductorias, el intento de rescate de parte de una correspondencia, no publicada en vida del autor, que nos permita profundizar más en la reflexión –y profunda crisis– religiosa del joven Cioran? En esta ocasión, vamos a intentar rendir cuenta de cómo parte del epistolario de juventud, excluyendo algunas de sus conversaciones con otros literatos, pensadores y periodistas, no se encuentra totalmente disponible para los estudios cioranianos. Y, más concretamente, y gracias al descubrimiento de un intercambio epistolar, centraremos la atención en la relación epistolar que mantiene Cioran con el teólogo dominico Marie-Dominique Molinié desde 1944 hasta, aproximadamente, 1947. Aquí reside la problemática y el difícil acceso a la cuestión, por lo que antes de comenzar a rendir cuenta de dicha correspondencia serán oportunas unas notas históricas y biográficas complementarias… [+]

Sobre Valéry: carta de Cioran a M. Barrett

Paul ValéryAo final de 1967, a fundação americana Bollingen, tendo decidido publicar uma edição inglesa das obras de Valéry, encarrega Jackson Matthews, tradutor de Monsieur Teste, de estabelecer sua versão definitiva. Este último pede então a Cioran um prefácio ao volume dedicado a Poe e a outros comentários literários. Esse prefácio, que, remodelado, tornar-se-ia “Valéry diante de seus ídolos” (em Exercícios de admiração), será recusado por Jackson Matthews, pois, aparentemente, muito embora o motivo da recusa não tenha sido dado, era muito crítico.  Bastante encolerizado, Cioran redige então uma carta destinada a M. Barrett, o diretor da fundação, para explicar suas razões. Reproduzimos aqui esse texto inédito. (Patrice Bollon)*

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E. M. Cioran

Rue de l’Odéon, Paris, 6e

Paris, 20 de março de 1968

Caro senhor Barrett,

Creio ser o meu dever o lhe dar algumas explicações a propósito do meu prefácio. Jackson me havia dito, em Paris, que queria alguma coisa pessoal que suscitasse reações, lhe respondi que era assim que eu o imaginava e que meu prefácio seria tudo menos neutro. Ele não o é, e chega a ser inclusive bastante duro em alguns momentos, maldoso, eu o reconheço, e eis por quê: eu pratiquei Valéry bastante outrora, e com uma admiração fervente; essa admiração foi pouco a pouco diminuindo durante esses dois últimos meses em que eu o reli. Eu não lhe esconderei que encontrei nele bastante pretensão, bastante saber duvidoso, incompetência e pose: um frasista com gênio e nada mais, assim me pareceu. Eu pensava que não era necessário dizê-lo a você e que, por amizade a Jackson, eu deveria poupá-lo – numa palavra, mentir. E então, deixei-me levar e, por fim, a verdade triunfou sobre a amizade. Devo acrescentar também que, normalmente, eu teria escrito um texto bem menos severo; mas o infortúnio quis que eu relesse Valéry após ter sofrido por algum tempo uma feliz intoxicação pela filosofia hindu.

Seria igualmente deselegante da minha parte enumerar os motivos que levaram Jackson a recusar meu prefácio. Em todo caso, teria sido o seu dever exigir que eu adocicasse algumas partes, que eu fizesse algumas retificações; eu teria consentido, mas por nada neste mundo eu teria mudado o fundo. Ou então teria havido outra solução: solicitar um contra-prefácio, de modo a suscitar uma discussão e despertar o interesse…

Mas não pretendo me perder em recriminações. É perfeitamente natural que eu seja sacrificado já que eu ousei denunciar um falso deus.

Creia, Monsieur Barrett, em meus muito fieis afetos,

CIORAN

* Carta publicada na revista francesa Magazine Littéraire nº 327 (dossiê “Cioran – aristocrate du doute”), em dezembro de 1994. Tradução do francês: Rodrigo Menezes (03/08/2013)

“Los albores de Emil Cioran” (carta a Bucur Tincu)

Carta publicada en El País, 9 abril 2011

El embrión de la mirada pesimista y “absurda” de la vida por parte del filósofo se aprecia en esta carta, inédita en español, que el autor de La tentación de existir dirigió a su amigo Bucur Tincu cuando tenía 21 años. Ayer se cumplió el centenario del nacimiento del pensador de origen rumano (Rasinari, 1911-París, 1995)

Estimado amigo:

Así pues, henos aquí a los dos en una encrucijada de la vida. Hasta ahora sólo ha habido proyectos y planes: ahora se imponen los logros pues, de lo contrario, todo seguiría siendo una simple ilusión. Naturalmente, ya no se puede hablar de esperanzas o de apaños pueriles, tal y como hacíamos en tiempos. El problema de la vida se me empieza a plantear también a mí con meridiana seriedad; siempre he lamentado que a ti se te planteara demasiado temprano. Es muy difícil mantenerte en el marco de unas aspiraciones filosóficas, cuando te ves obligado a ejercer el periodismo. He escrito una serie de artículos en un periódico, he renunciado a seguir haciéndolo, y eso que me lo pidieron, porque sentía una imposibilidad a la hora de acometer teorías que desaparecían por completo al cabo de veinticuatro horas. Todos los jóvenes cultos que ingresan en el periodismo empiezan abordando, con impresionante apasionamiento, cuestiones alejadas de la realidad para acabar realizando efímeros reportajes. Cuanta más cultura tiene uno, más peligroso resulta el periodismo, puesto que tiene que ir renunciando paulatinamente, cosa que no sucede en el caso de los que no tienen oficio ni beneficio, para quienes la cultura constituye un marco de estimulación de aspiraciones imprecisas y embrionarias. En tu caso, la escapatoria reside en que para ti el periodismo es una solución provisional: cuando empieces a sentirte a gusto y a interpretarla como una escapatoria normal, entonces será el momento de temerla.

La furia y la gracia

En lo que respecta a mi persona, es preciso que sepas que podía estar lejos, si no hubieran surgido una serie de circunstancias. No es que no haya leído demasiado, sino que el haber estado enfermo durante tres años, afectado por enfermedades que suelen ser propias de la vejez, me ha separado completamente de los demás y me ha impedido establecer relaciones. Conozco los medios para hacer de estafador intelectual, para epatar con libros que no he leído o impresionar esgrimiendo paradojas, pero a nada de esto he recurrido. Desde un punto de vista psicológico, soy una persona introvertida y por ello la gente ya no me alegra lo más mínimo. En Bucarest hay gente que me aprecia, pero créeme si te digo que su simpatía no causa ninguna alegría. Si, a pesar de todo ello, establezco relaciones e intento situarme en algún lugar, lo haré guiado por una determinación puramente racional; estoy convencido de tener algo que decir y quiero seguir en esta línea. El día que me sienta ajeno a mí mismo, en cierto modo exterior, y note que un centro de vida subjetivo se ha desvanecido, entonces, se habrá terminado. El sentimiento más penoso de la existencia es el de sentirse inútil. Jamás olvidaré el extraño estado de ánimo que se adueñó de mí al recorrer yo solo las calles de Viena mientras me decía: “Soy una existencia ridícula”. Me figuro que adivinarás la desesperación que tal pasatiempo manifestaba. Es típico de mi vida anímica normal que me entre la risa ante las cosas ininteligibles. Cuando miras una mujer, pongo por caso, no como objeto de deseo, sino como hecho, te entra la risa. Es algo sabido que, desde el punto de vista fisonómico, la suprema expresión del dolor no dista de su contrario.

Y, estando así las cosas, entiendes, pues, por qué me apasiona el tema del demonismo, del cinismo, etc… y por qué desde hace tres años la problemática de la psicología del hombre ruso es para mí casi una obsesión. Sólo los estados anormales resultan fecundos. Por eso conviene amar la destrucción, la muerte, el derrumbamiento o la enfermedad. En un ensayo inédito enviado a una revista, trataba de demostrar que el destino individual, como realidad interior, irracional e inmanente, sólo se nos revela a través del dolor, ya que ésta es la única vía positiva de comprensión interior de los problemas personales. En ese artículo demostraba que el pecado, en las interpretaciones religiosas -donde equivaldría al dolor en el caso de los religiosos- no cumple esta función, dado que está estrechamente ligado a la objetividad del mundo histórico y, en consecuencia, no plantea el problema de la existencia humana de un modo astringente. Por ello el dolor debe ser amado.

Mi derruida juventud me condujo a este tipo de estados de ánimo que sólo la literatura dostoiesvkiana me ha podido recordar.

La distancia que media entre mi persona y la gente de mi edad me parece enorme. Es penoso conversar con individuos que no tienen ninguna actitud, ninguna consistencia espiritual, personas para las cuales la vida es un plácido contoneo, individuos “amigos” de muchachas, etc. No he encontrado más que dos o tres chicos distinguidos. No me queda más que el contacto con los miserables. En ellos he encontrado mucha más comprensión: me gusta su rechazo a la constricción, al orden, a la jerarquía o a otras formas. Un chico distinguido, en el caso de que sea capaz de mantenerse a sí mismo, no puede acabar siendo más que un vagabundo, uno de los miserables que se sitúan en las antípodas de su condición. Estoy convencido de que nadie es “responsable” de su situación. Por ello, ni siquiera los mediocres deben ser despreciados sino, más bien, evitados.

Ya te conté en otra ocasión que para mí existen ciertos problemas centrales, que me apasionan y que me siento obligado a dilucidar. Los problemas relacionados con la filosofía de la cultura, de la historia, de la caracterología y de la antropología filosófica me entusiasman tanto, que me resulta inconcebible pensar que algún día podría abandonarlos. Dado que estas son cuestiones específicamente germánicas, experimentarlas in situ sería sumamente necesario. Sólo que, en este punto, la situación se complica. Nosotros hemos tenido la desgracia de acabar cuando la situación económica y social es más trágica, así que irnos al extranjero es algo más que problemático. No soy de los que viven lamentándose sino que entiendo mejor que nadie las imposibilidades.

Al escribir estos renglones me viene a la memoria una solución para tu caso. Como, sin lugar a dudas, has establecido relaciones, podrías trabajar en algún periódico de Bucarest. Sería otra remuneración y otra situación.

Una cuestión resulta trágica: hacemos apaños demasiado serios para nuestra edad. Hemos envejecido demasiado pronto.

Con cariño, Emil Cioran

Sibiu, 23 de septiembre [de 1932]

P. D.: Contéstame a la antigua dirección de Bucarest.

(Extraído de Cioran: Doce cartas desde las cimas de la desesperación, acompañadas de doce cartas de senectud y otros textos. Biblioteca Apostrof, Cluj, 1995). Traducción del rumano de Rafael Pisot y Cristina Sava. Cortesía del Instituto Cultural Rumano y editorial Apostrof, con el apoyo de Florin Turcanu y Marta Petreu.