Audiovisual: Entrevista com Christian Bussy, 1973 (legendado em italiano)

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Cioran: “Como Pascal, busco razões para não crer” (carta a George Bălan)

9788857541488_0_0_0_75Publicado em Avvenire.it, quarta-feira, 27 de setembro de 2017

O pensador romeno confessa nesta carta a sua luta com o sagrado: “Uma das coisas que mais bem entendo é a prece e as razões que levam a ela, o terrível dilaceramento do qual deriva.”

A carta inédita que aqui é extraída do epistolário entre Emil Cioran e o musicólogo e teólogo romeno George Bălan, agora publicado por Edizioni Mimesis, da Itália, no volume Tra inquietudine e fede. Corrispondenza (1967-1992).

Paris, 6 de dezembro de 1967

Caro senhor Bălan,

Eu te agradeço pela carta e pelas revistas. Conheço o seu artigo sobre Bayreuth porque recebo [a revista romena] Contemporanul. Se tivesse assistido ao festival, teria reagido como você: é inconcebível compartilhar o culto a um “deus” tão prolixo e enfadonho. Creio que fez bem em manter a distância. Interessa-me o que você diz sobre a compatibilidade entre a fé e a inquietude.

É justo que fique surpreso com todas as minhas reflexões em que sublinho a separação quase absoluta entre as duas atitudes. Não se esqueça, contudo, que toda minha vida foi uma busca frenética, acrescida do medo de encontrar. Tal anomalia irrompe sobretudo em âmbito religioso. Estou certo de ter buscado Deus, mas agora estou ainda mais certo de ter feito tudo para não encontrá-lo. Um amigo francês me disse um dia que eu sou como um Pascal que inventa qualquer razão para não crer. Você poderia objetar: “Em tais condições, para que ler os místicos e discuti-los? Por que tratar do problema religioso?”

Eu poderia dar-lhe muitas respostas, mas vou me referir a uma apenas, a principal, ao menos no que me concerne: não foi por necessidade de certeza, nem por um impulso interior e tampouco por curiosidade metafísica que eu fui ao encontro de Deus; a origem de todos meus gritos a Ele, como também de todo o sarcasmo com o qual eu o glorifiquei, deve ser buscada em um sentimento de total e opressiva solidão, ao cabo da qual Deus aparece, por assim dizer, automaticamente. Ele nunca teria aparecido na minha existência se a minha solidão não fosse maior do que eu. Mas como ela ia além das minhas forças, era necessário que houvesse alguém para me ajudar a superá-la. Não tem nada a ver com a fé; é o fruto passageiro de um daqueles momentos difíceis, quase insuportáveis, que eu conheci e ainda conheço. Eis porque uma das coisas que entendo mais bem, até hoje, é a prece – vale dizer, as razões que levam a ela, o terrível dilaceramento do qual ela deriva.

Com frequência eu comparei os meus ataques de solidão àqueles experimentados por um assassino depois do homicídio. Acho que já disse que uma das obras que eu mais li na juventude foi Macbeth. Interpretada perfeitamente, com a necessária paixão e profundidade, uma obra como esta me conduziria literalmente à loucura; creio que não poderia nem mesmo sobreviver ao espetáculo… Felizmente, para mim, os atores não são dignos do texto. Enviei o pôster a Mircea Eliade, pois apareciam também ele e o seu nome. Ele cairá na ilusão: é necessário que eu o informe da proibição. Eu deveria ter feito isso desde o início, pois era evidente que a coisa não se realizaria. Se eu ainda acreditasse na Transfiguração… deveria retornar à pátria para ver o que fizeram com as minhas “ideias”… Você sublinha justamente, com ironia, a minha situação: toda a minha história é isso, e nada além disso. Eu me iludi escrevendo, não lembro em qual livro, sobre a “santidade e as caretas do absoluto”. O termo “careta” não é apropriado se não respeito as considerações históricas, etc., etc. Fico contente que as coisas tenham andado bem na ocasião da sua viagem à Transilvânia.

Muito cordialmente,

Cioran

(tradução do italiano por Rodrigo Menezes)

Cioran: «Io come Pascal: cerco ragioni per non credere»

Avvenire.it, Mercoledì 27 settembre 2017

ll pensatore romeno confessa in questa lettera la sua lotta col sacro: «Una delle cose che intendo meglio è la preghiera e le ragioni che spingono a essa, la terribile lacerazione da cui deriva»

La lettera inedita che qui segue è estratta dal carteggio tra Emil Cioran e il musicologo e teologo rumeno George Balăn, ora pubblicato dalle edizioni Mimesis in Tra inquietudine e fede. Corrispondenza (1967-1992).

Parigi, 6 dicembre 1967

Caro Signor Balăn,

la ringrazio per la lettera e le riviste. Conoscevo il suo articolo su Bayreuth perché ricevo “Contemporanul”. Se avessi assistito al festival, avrei reagito quasi come lei: è inconcepibile condividere il culto di un “dio” così prolisso e assillante. Credo abbia fatto bene a prendere le distanze. Mi interessa ciò che afferma circa la compatibilità tra la fede e l’inquietudine.

È giusto che rimanga stupito di tutte le mie riflessioni in cui sottolineo la separazione quasi assoluta dei due atteggiamenti. Non dimentichi però che tutta la mia vita è stata una ricerca frenetica, accresciuta dalla paura di trovare. Tale anomalia prorompe soprattutto in ambito religioso. Sono certo di aver cercato Dio, ma sono ancora più certo di aver fatto di tutto per non incontrarlo. Un amico francese un giorno mi ha detto che sono come un Pascal che inventerebbe qualsiasi ragione per non credere. Lei però potrebbe obiettare: «In tali condizioni, perché leggere i mistici e discutere di loro? Perché trattare il problema religioso?».

Potrei darle molte risposte, ma farò riferimento soltanto a una, la principale, almeno per quanto mi riguarda: non dal bisogno di certezza, né da un impulso interiore e neppure dalla curiosità metafisica mi sono imbattuto in Dio; l’origine di tutte le mie grida verso di Lui, come anche di tutto il sarcasmo con cui l’ho glorificato, deve essere ricercata in un sentimento di totale e opprimente solitudine, al termine del quale Dio automaticamente, per così dire, appare. Non sarebbe mai apparso nella mia esistenza se la mia solitudine non fosse stata più grande di me. Ma poiché era al di là delle mie forze, era necessario che vi fosse qualcuno che mi aiutasse a superarla. Ciò non ha niente a che fare con la fede; è il frutto passeggero di uno di questi momenti di cili, quasi insopportabili, il cui segreto ho conosciuto e conosco ancora. Ecco perché una delle cose che intendo meglio, tuttora, è la preghiera – vale a dire le ragioni che spingono verso di essa, la terribile lacerazione dalla quale deriva.

Spesso ho paragonato i miei attacchi di solitudine a quelli che attraversa un assassino dopo l’omicidio. Forse le ho già detto che una delle opere che ho letto maggiormente in gioventù è Macbeth. Interpretata perfettamente, con la necessaria passione e profondità, una tale opera mi condurrebbe letteralmente alla follia; credo che non potrei neanche sopravvivere allo spettacolo… Fortunatamente per me, gli attori non sono degni di tale testo. Ho inviato a M[ircea] E[liade] la locandina rossa, poiché appariva anche lui e il suo nome. Si farà illusioni; bisogna che lo informi del divieto. Avrei dovuto tra l’altro farlo fin dall’inizio, perché era evidente che la cosa non si sarebbe realizzata. Se credessi ancora nella Trasfigurazione… dovrei tornare in patria per vedere cosa hanno fatto con le mie “idee”… Lei sottolinea giustamente, con ironia, la mia situazione; ma tutta la storia non è che questo, e nient’altro. Mi sono illuso scrivendo, non so in quale libro, sulla «santità e il ghigno dell’assoluto». Il termine “ghigno” non è appropriato se non rispetto alle considerazioni storiche ecc. ecc. Sono contento che le cose siano andate bene in occasione del suo viaggio in Transilvania.

Con molta cordialità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

“La rivoluzione di Emil Cioran: un antifilosofo nella città dei filosofi” (di Amelia Natalia Bulboacă)

Rivista del Centro Culturale Mir, Novara, Italia, anno IX, no. 17, settembre 2017

Emil Cioran (Răşinari, 1911 – Paris, 1995), «il più grande scettico al servizio di un mondo in declino» è nato a Răşinari, idilliaco paesino transilvano adagiato alle falde dei Carpazi, ed è morto a Parigi, dove ha vissuto ininterrottamente a partire dal 1937. Refrattario alla filosofia accademica, i suoi libri sono altrettanto atti di resistenza contro l’evidenza dell’assurdità della vita. Cioran dichiara di scrivere per «tracollo» e non per «necessità»… «Ma in ogni caso, non certo per scrivere un libro. Il libro capita, è frutto del caso».

Emil Cioran è spesso ricordato come un filosofo antiaccademico e antisistematico. Basta scorrere i titoli dei suoi libri, per capire il perché: Sommario di decomposizione, Sillogismi dell’amarezza, La tentazione di esistere, La caduta nel tempo, L’inconveniente di essere nati, Confessioni e anatemi, Lacrime e santi… Potrà sembrare un paradosso ma, benché apprezzato come uno dei più grandi stilisti della lingua francese di tutti i tempi, Cioran è un rivoluzionario e un apolide del logos. Di madrelingua romena (scriverà il suo primo libro francese, Précis de décomposition [Sommario di decomposizione], insignito del Premio Rivarol, nel 1949, all’età di 38 anni, dopo aver pubblicato altri cinque libri in Romania), non farà più ritorno alla terra e all’idioma materni, diventando per tutti semplicemente Cioran. Cioran, l’apocalittico e affabile inquilino della mansarda di Rue de l’Odéon 21, romperà dunque con il proprio paese e con la propria lingua (Tradire la propria lingua è il titolo di un’intervista rilasciata al giornalista greco Philippe D. Dracodaïdis nel 1985 che tratta proprio questo tema della fedeltà-infedeltà verso le proprie radici, non solo linguistiche) ma questo atto di rivoluzione, di scissione e di “tradimento” avrà come risultato e come compimento la nascita di una prosa lirica tra le più belle e folgoranti che siano mai state scritte. Cioran può certamente sconcertare il lettore non avvisato, presentandosi come un miscuglio di paradossi e di stravaganze difficilmente districabili ma sarà lui stesso che, con irresistibile fascino e ironia, ci guiderà nei retroscena intellettuali e biografici della sua personale rivoluzione linguistica, filosofica e, ciò che conta di più, esistenziale, di vita vissuta perennemente al culmine della disperazione (per parafrasare il titolo del suo primo libro romeno) e, proprio per questo, amata con il pathos della dissipazione. Ebbene, a proposito del suo libro di debutto, scritto a 21-22 anni, Cioran dichiarerà: «Non voglio rinnegare quel libro perché contiene tutto quanto ho scritto in seguito. (…) Voglio dire che non ho fatto alcun progresso riguardo al pensiero, alla vita, all’azione, perché quell’intuizione, per così dire primordiale, si è rivelata per me pressoché esatta. In seguito, non ho fatto che giocare d’astuzia. Passando al francese, in ogni caso, ho dato una sorta di dignità all’espressione, evolvendo quindi sul piano dello stile, ma non su quello del pensiero».

Abbiamo detto che Cioran è un apolide del logos. Il suo relazionarsi con la parola, e soprattutto con il concetto è avverso a qualsiasi presunzione di presa intellettualistica e metafisica sul reale mentre sul piano stilistico, il nostro Privatdenker (pensatore privato, colui che pensa per conto proprio) rompe i quadri del saggio filosofico propriamente detto, dando veste aforistica alle sue terribili e formidabili intuizioni. Come ha notato anche Salvatore Massimo Fazio, «in Cioran la riflessione filosofica non si costituisce come codificazione sistematica e proposta teorica nel senso classico o accademico, quanto piuttosto come vagabondaggio rapsodico, aforistico, come esercizio di stile, come lirismo infine». Certamente questo è l’approdo di una travagliata ricerca personale che era iniziata in gioventù con una vera e propria infatuazione e venerazione per la filosofia e per i titani del concetto come Kant, Schopenhauer, Heidegger ecc., mentre l’unico “mestiere” propriamente detto esercitato da Cioran vita natural durante fu la brevissima esperienza (di appena un anno) come insegnante di filosofia, in un liceo di Braşov, in Romania. Massimo Carloni ricorda che: «L’idillio tra Cioran e la filosofia avrà comunque vita breve. L’incanto sarà spezzato brutalmente dall’irruzione di una bestia nera poco propensa a riconoscere l’autorità del sillogismo: l’insonnia. Proprio nel momento di maggior bisogno, quando la sofferenza gli soffocava l’anima, Cioran chiese disperatamente soccorso alla tanto amata filosofia. Quella stessa architettura di concetti a cui prima aveva tributato una devozione quasi religiosa, gli voltò sdegnosamente le spalle. Ora finalmente gli appariva per quello che era: fredda, indifferente, esangue, senza vita e, soprattutto, incapace di alleviare le sue pene: “E fu allora che feci appello alla filosofia: ma non vi è idea che consoli nell’oscurità, nessun sistema resiste alle veglie. Le analisi dell’insonnia sfondano le certezze”».

Il calvario di quell’aperitivo dell’inferno che è l’insonnia sarà per Cioran il limen, il margine, la soglia che, come in un rituale di passaggio, dovrà attraversare per emergere dalla zona confortevole delle illusorie certezze dell’infanzia (dunque della fede nella filosofia) alla piena maturità e presa di coscienza della realtà ─ teofania negativa portatrice della cattiva novella dell’inguaribile male di vivere e della presenza inespugnabile del dolore, nonché indicibile «teratologia della solitudine». «Mi sono allontanato dalla filosofia nel momento in cui mi diventò impossibile scoprire in Kant alcuna debolezza umana, alcun autentico segno di tristezza; in Kant come in tutti i filosofi. In confronto alla musica, alla mistica e alla poesia, l’attività filosofica evidenzia una mancanza di vigore e una profondità sospette, adatte per i timidi e i tiepidi. D’altronde, la filosofia ─ inquietudine impersonale, rifugio presso idee anemiche ─ è la risorsa di tutti coloro che schivano l’esuberanza corruttrice della vita», scriverà nel Sommario di decomposizione.

Deluso dalla fallacia del concetto, Cioran inscenerà un simbolico addio alla filosofia e al commercio con le sue vane parole con le quali l’uomo ha da sempre costruito magnifici palazzi destinati però a crollare miseramente al primo contatto e alla prima contaminazione con il solido nulla (di leopardiana memoria) della realtà. «Il mondo dei pensieri, in confronto a quello dei sospiri, non è che illusione. Nessun filosofo può consolarci poiché non possiede abbastanza destino per comprenderci. E tuttavia gli uomini cercano la loro compagnia perché s’immaginano, per un’illusione sospetta, di poter essere consolati dalla conoscenza. Sapere e consolazione non si incontrano mai. A coloro  che hanno bisogno di consolazione, i filosofi non hanno niente da proporre. In una parola: ogni filosofia è un’attesa delusa», decreterà in uno dei libri romeni, Cartea amăgirilor, [Il libro delle lusinghe].

Scriveva Hugo von Hofmannstahl: «Più geniale e bello di ogni critica del linguaggio sarebbe un tentativo di svincolarsi dalla lingua magicamente, così come accade nell’amore» e ancora: «Vero amore per la lingua non è possibile senza ripudio della lingua». Cioran è riuscito a compiere entrambi questi atti di ripudio e di liberazione personale: dalla tirannia del concetto (la filosofia) e dalle maglie troppo strette di un unico idioma (quello delle radici romene detestate e amate nello stesso tempo con sconfinata passione) lasciandoci in eredità i capolavori della sua corroborante disperazione vergati in romeno e in francese. E se, per ovvie ragioni linguistiche (e di ritardo nelle traduzioni), l’opera romena di Cioran è meno conosciuta di quella francese, senza ombra di dubbio il “Cioran francese” deve tutto al “Cioran romeno” e al nulla valacco nel quale si forgia quella sua peculiare «aura gnostico-nichilistica» (Franco Volpi). Lo stesso nichilismo di Cioran è alquanto ribelle e difficilmente inquadrabile come spiega in maniera approfondita Rodrigo Menezes: «Cioran darà al nichilismo un’inflessione anti-nietzschiana negli scritti dell’esilio. Il suo pensiero mescola (prima e dopo la conversione linguistica) razionalità secolare e aspirazione metafisico-teologica, ateismo e misticismo, scetticismo e dogmatismo negativo».

Ma Cioran è autore di un’altra rivoluzione ancora: quella contro la maledizione del lavoro. Non esercitò mai un mestiere (a parte la brevissima parentesi della docenza in Romania), vivendo di espedienti e mangiando alle mense universitarie fino a quaranta anni. In un’intervista con François Bondy, Cioran si autodipinge come «l’homme le plus désœuvré de Paris» (l’uomo più sfaccendato di Parigi), aggiungendo con la solita sferzante ironia: «Solo una prostituta senza clienti è più pigra di me».

Per concludere questo breve ritratto, possiamo dire di nuovo con Massimo Carloni che: «All’infuori di quello scivolone giovanile, l’abiezione del lavoro non gli avvelenò mai più la vita. Il mondo, forse, avrà perduto un docente, ma i suoi lettori hanno guadagnato un prosatore impareggiabile e un provvidenziale medicatore dell’anima, e il vantaggio, lasciatemelo dire, è inestimabile».

Bibliografia:

Cioran, E.M., Al culmine della disperazione [Pe culmile disperarării, 1934], Adelphi, Milano 1998.

Id., Un apolide metafisico. Conversazioni [Entretiens, 1995], Adelphi, Milano 2004.

Id., Cartea amăgirilor [1936], Humanitas, Bucarest 1998 (Le livre des leurres, L’Herne, Paris 1992).

Id., Sommario di decomposizione [Précis de décomposition, 1949], Adelphi, Milano 1996, 2012.

Id., Tradire la propria lingua. Intervista con Philippe D. Dracodaïdis, La scuola di

Pitagora Editrice, Napoli 2015 (recensione della sottoscritta pubblicata nella rivista interculturale bilingue «Orizzonti culturali italo-romeni», ISSN: 2240-9645, N. 5-maggio 2015, anno V, http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-3.html); Vivere contro l’evidenza. Intervista con Christian Bussy, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2014 (recensione della sottoscritta al seguente link: http://www.orizzonticulturali.it/it_recensioni_Amelia-Natalia-Bulboaca-2.html).

Carloni, M., Cioran e la filosofia, «Filosofia e nuovi sentieri», ISSN 2282-5711, 2013,       https://filosofiaenuovisentieri.it/2013/11/10/cioran-e-la-filosofia/

Fazio S.M., Regressione suicida. Dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro, Bonfirraro Editore, Barrafranca 2016.

Ribeiro Sá Menezes, R.I., Note sul nulla: un’indagine sul nichilismo nel pensiero di Emil Cioran, «Orizzonti culturali italo-romeni», maggio 2017, anno VII, http://www.orizzonticulturali.it/it_studi_Biblioteca-Cioran-Rodrigo-Sa-Menezes.html

Von Hofmannsthal H., Il libro degli amici, Adelphi, Milano 1980.

“Né con Dio, né senza Dio. Cioran, il mistico” (Massimo Carloni)

Il cielo grigio senza nuvola 
costeggia l’aria grigia senza fine 
di coloro che non sono né per Dio né per i suoi nemici.

Beckett

In lotta con il divino
«È religioso chi può dispensarsi dalla fede, ma non da Dio»[1]. Così Cioran, prima di congedarsi definitivamente dall’idioma romeno, quasi a prefigurare la personale lotta col divino che lo porterà a battere le contrade più impervie alle diverse latitudini dell’Assoluto. Diversamente dall’amico Mircea Eliade, il cui procedere enciclopedico finisce per fare della religione un oggetto d’erudizione, da studiare ed approfondire in tutte le sue varie manifestazioni, Cioran drammatizza il rapporto con il divino, alla stregua di un combattimento corpo a corpo, senza esclusione di colpi, come un Giacobbe contro l’Angelo. La furia demolitrice che dispensa nello sterminare le contraffazioni statuarie incontrate lungo il cammino rivela un’esigenza iconoclasta di purificazione, contro la supponenza dei teologi, addetti stampa di Dio.

«Fino a quando ci sarà ancora un dio in piedi, il compito dell’uomo non sarà finito»[2], recita uno dei suoi ultimi aforismi. Il distacco esibito dallo storico delle idee religiose, colui che abbraccia con la stessa disinvoltura sciamanesimo e la più raffinata meditazione buddista, lascerebbe quantomeno perplessi quegli spiriti inquieti che, ad ogni costo, perseguono la salvezza: «Chi possiede una sensibilità religiosa non passa la propria vita a enumerare gli dei, a fare il loro inventario… Ho sempre visto nella storia delle religioni la negazione stessa della religione»[3].È pur vero che la ricerca di Eliade non è altro che l’espressione più alta d’una piaga culturale che ha contaminato, da Hegel in poi, tutto l’Occidente: l’insano impulso di voler compendiare, in una conoscenza universale, tutta la storia delle idee che ci hanno preceduto. Vana pretesa che, esaltando l’erudito, finisce per soffocare il mistico che riposa in ognuno di noi. Dopo averli soppesati e maneggiati tutti, quale Dio preferire, infine?

I vari capitoli del Sacro finiscono per equivalersi agli occhi del dotto, che li ha vivisezionati uno per uno: «Non s’immagina in preghiera uno specialista della Storia delle religioni»[4], incalza Cioran. La polemica personale non gli impedisce, tuttavia, di riconoscere una verità epocale quanto inconfutabile: la posizione intellettuale di Eliade anticipa e riassume quello di ogni occidentale dei giorni nostri. Giunti al capolinea della storia, volgiamo un ultimo sguardo alle illusioni che furono e colmarono d’ebbrezza divina i nostri antenati, ben sapendo che l’incanto non ritornerà più, e quel mondo, in cui l’estasi si confondeva col sogno, è svanito per sempre.

«Noi siamo tutti, Eliade in testa, degli ex credenti, siamo tutti degli spiriti religiosi senza religione»[5]…[+]