La «noia moldava» prima di Sartre: il romanzo dell’Io di Max Blecher (Giovanni Rotiroti)

Giovanni Rotiroti (n. 5, maggio 2012, anno II)

È necessario essere grati a Bruno Mazzoni, il quale insieme a Cărtărescu e a Herta Müller, quest’anno ha offerto al pubblico italiano un capolavoro assoluto del periodo tra le due guerre in Romania: Accadimenti nell’irrealtà immediata di Max Blecher, Keller editore. Attraverso la sua traduzione e cura si è in grado di ascoltare la particolare voce dello scrittore romeno di origine ebraica, una voce che – come diceva Saşa Pană – «sembra venire da lontano, dalle profondità più remote, una voce calda e grave, con un’ombra d’accento francese».

Due o tre anni prima de La nausea (1938) di Sartre, Max Blecher nel 1935 raffigurava in modo estremamente suggestivo la condizione negativa dell’uomo nel mondo, la sua impossibilità di stabilire relazioni consuete e familiari coi fenomeni e con gli eventi. L’Io di Blecher come Roquentin di Sartre vive diverse esperienze ma non supera mai una sensazione profonda di estraneità e solitudine rispetto alle cose che lo circondano. Le cose, gli oggetti, gli ambienti appaiono muti ed enigmatici, privi di ragione e significati, e questa fondamentale mancanza di senso coinvolge il soggetto in quello che Blecher chiama l’esperienza della lucidità. In questa lucidità, simile alla nausea di Roquentin, si afferma il modo di essere di chi si sente privo di un terreno consistente sotto i piedi, di chi si avverte immerso in uno spazio e in un tempo privi di qualsiasi orientamento, di chi scopre l’angosciante indifferenza del mondo. Tutto ciò anticipa in maniera incredibile la letteratura esistenziale francese non solo La nausea di Sartre ma anche Lo straniero di Camus.

L’elemento dominante del romanzo è la noia, una noia profonda, la «noia moldava», come la chiama Cioran, «meno raffinata ma molto più corrosiva dello spleen». La noia che traspare dal romanzo di Blecher è un enigma. Ed è un miracolo non morirne. Cioran nella sua opera ha posto la noia moldava quale fondamento soggettivo di conoscenza e di esistenza. Per lui la «noia opera miracoli: trasforma la vacuità in sostanza, è essa stessa vuoto nutritivo». È un «attingere nel Vuoto a piene mani», è una piaga e un «profitto paradossale», un «simulacro di pienezza», uno «spaesamento nel tempo», «una convalescenza incurabile», «un male senza sede, senza supporto, senza nulla salvo questo nulla, non identificabile» che erode nel suo perdurare: un sondaggio del proprio vuoto. La noia non mostra nulla se non il suo effetto nel corpo della parola. Non è riducibile alla parola stessa, poiché in quanto affetto è irrappresentabile, ma quando il soggetto umano si trova a rispondere al suo enigma, la noia produce un sapere in grado di dilatarsi e di trasformare il soggetto stesso e il suo mondo… [+]

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