“Né con Dio, né senza Dio. Cioran, il mistico” (Massimo Carloni)

Il cielo grigio senza nuvola 
costeggia l’aria grigia senza fine 
di coloro che non sono né per Dio né per i suoi nemici.

Beckett

In lotta con il divino
«È religioso chi può dispensarsi dalla fede, ma non da Dio»[1]. Così Cioran, prima di congedarsi definitivamente dall’idioma romeno, quasi a prefigurare la personale lotta col divino che lo porterà a battere le contrade più impervie alle diverse latitudini dell’Assoluto. Diversamente dall’amico Mircea Eliade, il cui procedere enciclopedico finisce per fare della religione un oggetto d’erudizione, da studiare ed approfondire in tutte le sue varie manifestazioni, Cioran drammatizza il rapporto con il divino, alla stregua di un combattimento corpo a corpo, senza esclusione di colpi, come un Giacobbe contro l’Angelo. La furia demolitrice che dispensa nello sterminare le contraffazioni statuarie incontrate lungo il cammino rivela un’esigenza iconoclasta di purificazione, contro la supponenza dei teologi, addetti stampa di Dio.

«Fino a quando ci sarà ancora un dio in piedi, il compito dell’uomo non sarà finito»[2], recita uno dei suoi ultimi aforismi. Il distacco esibito dallo storico delle idee religiose, colui che abbraccia con la stessa disinvoltura sciamanesimo e la più raffinata meditazione buddista, lascerebbe quantomeno perplessi quegli spiriti inquieti che, ad ogni costo, perseguono la salvezza: «Chi possiede una sensibilità religiosa non passa la propria vita a enumerare gli dei, a fare il loro inventario… Ho sempre visto nella storia delle religioni la negazione stessa della religione»[3].È pur vero che la ricerca di Eliade non è altro che l’espressione più alta d’una piaga culturale che ha contaminato, da Hegel in poi, tutto l’Occidente: l’insano impulso di voler compendiare, in una conoscenza universale, tutta la storia delle idee che ci hanno preceduto. Vana pretesa che, esaltando l’erudito, finisce per soffocare il mistico che riposa in ognuno di noi. Dopo averli soppesati e maneggiati tutti, quale Dio preferire, infine?

I vari capitoli del Sacro finiscono per equivalersi agli occhi del dotto, che li ha vivisezionati uno per uno: «Non s’immagina in preghiera uno specialista della Storia delle religioni»[4], incalza Cioran. La polemica personale non gli impedisce, tuttavia, di riconoscere una verità epocale quanto inconfutabile: la posizione intellettuale di Eliade anticipa e riassume quello di ogni occidentale dei giorni nostri. Giunti al capolinea della storia, volgiamo un ultimo sguardo alle illusioni che furono e colmarono d’ebbrezza divina i nostri antenati, ben sapendo che l’incanto non ritornerà più, e quel mondo, in cui l’estasi si confondeva col sogno, è svanito per sempre.

«Noi siamo tutti, Eliade in testa, degli ex credenti, siamo tutti degli spiriti religiosi senza religione»[5]…[+]

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